Sessanta anni dopo, il 22 giugno 2013, al "Centro Enoturistico" di Magliano in Toscana una ventina di persone hanno assistito alla presentazione di un volume su "Il Castello di Magliano", presentazione in buona parte incentrata sullo Statuto di Magliano, un analogo "vecchio volume di cartapecora", più o meno coevo di quello che l'allora bibliotecario della Chelliana aveva portato in giro col bibliobus sessant'anni fa. Lo studio attuale, per quanto ne posso capire, è professionale e più che dignitoso, ma uno che vien da fuori resta un po' sorpreso che alla presentazione non venga nemmeno citato quell'antecedente delle politiche culturali. Rimozione di Bianciardi?
Forse; nel grossetano può succedere: a me è capitato talvolta di avvertire un certo disagio chiedendo di Bianciardi; ma anche qualcos'altro. La settimana prima, nello stesso posto, si era presentato un altro libro, "Il Risorgimento di Guido Gianni", e in questo caso Bianciardi non si era proprio potuto fare a meno di citarlo almeno di sfuggita, se non altro perché questo libro dedicato al sindaco del paese di anni lontani (ma anche scrittore del "Diario di un sindaco di campagna", e di altro, ed anche, prima, attivo frequentatore del cineclub grossetano organizzato da Bianciardi), questo libro di oggi contiene un racconto di Guido Gianni non solo dedicato a Bianciardi, ma scritto alla maniera di "Aprire il fuoco", con intenzionali anacronismi, compreso un Luciano Bianciardi che diventa aiutante di Garibaldi a Talamone. Anche qui, uno che vien da fuori non può che essere contento di aver saputo di questo personaggio e di questi rapporti, ma resta un po' sorpreso nel sentire che la ricerca sul Risorgimento visto da Guido Gianni era in certo modo in concorrenza (in termini di finanziamenti per il 150° dell'Unità d'Italia) con una, possibile, sul Risorgimento visto da Bianciardi. Su quest'ultimo tema, è vero, si sono esercitati in tanti, per cui è giusto illuminare qualche aspetto meno noto. Anche per sfuggire a un certo effetto di imbalsamazione: che noia questi grandi scrittori, Bianciardi, Cassola, sempre i soliti, poi a Bianciardi a Grosseto gli abbiamo pure intitolato una via, ora pure una scuola, mo'bbasta.

A cinquanta metri dal luogo delle conferenze di Magliano, un varco nelle mura imponenti del "Castello" fa ora da cannocchiale su uno dei peggiori sfregi al paesaggio toscano (e italiano) degli ultimi decenni. E visto che "un paesino in vetta a un colle" da queste parti si è sempre chiamato "borgo", quella speculazione edilizia (sì, speculazione edilizia, che è una locuzione italiana assai più nobile di "resort"), la si è voluta chiamare "Borgo Magliano". Di qua il Castello di Magliano, di là Borgo Magliano, nuovo di zecca. Dieci anni fa, non sessanta anni fa, da queste parti pensavano che era questo il futuro, e molti lo pensano ancora, sotto sotto, ma neanche tanto: se è vero che il bel paesaggio è una risorsa, noi che ne abbiamo tanto possiamo anche consumarne un po'.
Ne pensavano anche delle altre, da queste parti negli anni scorsi, per esempio che subito fuori dalla porta delle mura ci potesse stare un gabbione di cemento armato che è ancora lì, e che in mezzo all'oliveto alla base delle mura ci potesse stare una casettina nuovina con verandina. L'autunno scorso, dopo una pioggia un po' più intensa del solito, il sovrastante torrione d'angolo delle mura, appena tirato a lucido, non ce l'ha più fatta ed è venuto giù. Chissà, forse avrebbe voluto scagliarsi sulla casettina nuovina, invece si è accasciato su se stesso, si è lasciato andare incurante di chi voleva abbellirlo. Il passato è passato, la casina è intatta e con essa il futuro enolivoturistico. Il torrione, che ora mostra com'era fatto dentro, per la gioia e l'edificazione dei futuri restauratori, sarà senz'altro ricostruito, potete scommetterci.

"Come tutti i paesini feudali di Maremma, tende a formarsi a fondo valle un vasto sobborgo moderno...", scriveva Bianciardi sessant'anni fa, quando c'erano meno automobili in giro. A Magliano in Toscana la gente della costa, dell'Argentario, viene su a pranzo e a cena, sono venti minuti di macchina. "Lei è di qui?" mi hanno chiesto la settimana scorsa mentre, finita la presentazione, sfollavo con le altre diciannove persone, "perché noi stiamo cercando un ristorante, di quelli buoni". Ce ne sono, ce ne sono di ristoranti, ma mi spiace, non so darvi consigli. Stavo pensando a quel funerale di più o meno quarant'anni fa.

PS. Sì, va bene, ma perché scriverlo qui? Mah, non c'è una ragione particolare. Ci sono delle coincidenze, però. Magliano in Toscana, alla caduta della Repubblica di Siena nel 1559, fu infeudata a Cornelio Bentivoglio e rimase alla famiglia fino all'abolizione della feudalità ad opera di Pietro Leopoldo (metà Settecento, ma di fatto fu un processo che durò fino all'inizio dell'Ottocento). Non che i Bentivoglio se ne siano mai occupati più di tanto. Ma a pensarci bene, anche della tenuta di Bentivoglio, nei più di trecento anni che vanno da Giovanni II alla famiglia Pizzardi, cosa sappiamo?