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Con tutto il rispetto per il signor Palau, se esiste, che ha tutto il diritto di chiamarla come gli pare, quella lì per me resta Villa Cataldi, anche se erano gente di fuori, i Cataldi, non era una delle famiglie senatorie bolognesi, che so, Zambeccari, che pure avevano la villa lì vicino, e nemmeno erano una famiglia della locale nobiltà acquisita, che so, Pizzardi. Questi Cataldi erano genovesi, mentre i Torlonia, della cui ricchezza smisurata si favoleggiava qui intorno, erano romani: era la globalizzazione postnapoleonica. Probabile che i Cataldi siano arrivati qui quando il genovese De Ferrari con la moglie Brignole Sale comprò dai principi di Svezia il Ducato di Galliera, che Napoleone in persona aveva rilevato, per i suoi eredi, da Aldini dopo che la speculazione sulle risaie era fallita (l'acquisto genovese comprendeva il palazzo di Piazza Roosvelt dove ora sta il prefetto di Bologna - che però si chiama ancora Palazzo Caprara, come prima). Sembra così, ma c'è stato del movimento, nella nostra campagna. Comunque, anche ai ricchi ci volevano almeno un paio di generazioni per mettere radici: se hai dei soldi abbastanza, di comprare una tenuta son capaci tutti, mantenerla è un altro paio di maniche. Dopo qualche decennio, le famiglie perseveranti potevano entrare nel paesaggio, nella toponomastica, perfino nel dialetto: Catéldi aveva smesso da tempo di essere un forestiero, anche se la villa è sempre stata abitata di rado. Io me la ricordo, la baronessa Cataldi: o meglio, non lei, che non mi interessava proprio, ma la sua visita al mercato del lunedì a San Giorgio. Ero incuriosito dal macchinone nero targato Genova, con la bandierina con la croce rossa in campo bianco sopra la ruota davanti, chissà che bandiera è, pensavo, mi ricordo l'autista in livrea che aspettava vicino al Torresotto e teneva d'occhio noi ragazzini, sarà stato il 1960.

La Villa Cataldi, sabato scorso pomeriggio, brulicava di gente dentro a lavorare, e di curiosi di fuori. La biciclettata del sabato pomeriggio da queste parti è una cosa abbastanza comune, in questa stagione. L'avvenimento aveva modellato gli itinerari: sulle tracce lasciate dal vortice c'erano famigliole con i figli, e ragazzini con le macchine fotografiche. Anch'io, d'altra parte, ero lì in giro con la macchina fotografica. Fa un po' impressione questo microturismo del disastro, ma è sempre stato così. Anzi, una volta ancora di più, solo che adesso ci sono anche le auto e le moto, in più. Mentre pedalavo mi è venuto in mente di quando da bambino si sparse la voce che era caduto un aereo. Era un po' lontano, a Castagnolino, ma inforcammo le biciclette e corremmo a vedere. Allora non c'era Interporto nè Centergross, a Castagnolino ci si arrivava dalla provinciale di Galliera, lo stradello puntava proprio in faccia alla chiesa che adesso si vede spuntare di là dalle barriere. Mi ricordo che rimasi deluso, quella volta, non credevo che un aereo militare fosse così piccolino, doveva essere come quello che molti anni più tardi si infilò in una scuola a Casalecchio. Per fortuna questo era scivolato sui campi e si era fermato contro un filare, il pilota non si era fatto niente, dicevano.

Sabato scorso, la prima persona che ho visto davanti alla villa Cataldi, sulla strada, aveva in spalla una telecamera marcata RAI. Le macchinette fotografiche e i fototelefonini, lì e nelle strade vicine, non si contavano, e c'erano anche attrezzature più impegnative. La cosa curiosa di questo rinascimento fotografico è la (ri-)comparsa dei macchinoni fotografici tipo reflex, con obiettivi lunghi, che ora sono degli zoom multifocale, quelli che i fotoamatori di un tempo disdegnavano perché la qualità non era all'altezza delle ottiche fisse, dicevano. Pensare che a me oggi già mi pesa la compatta. Aspetto con impazienza un paio di occhiali come quelli del cinema 3D, con un obiettivo regolabile via Bluetooth, magari da un braccialetto tipo orologio da polso.
(continua)