Contraddistinto da una costanza delle strutture portanti e da una coerenza fin quasi estrema delle sue linee evolutive, la produzione scientifica di Arrigo Serpieri subito appare, sotto la semplicità voluta dello stile, riccamente articolata e straordinariamente “attuale”. Mah.
E attuale, soprattutto (e nonostante, spesso, le prime apparenze) rispetto non solo alla “cultura agraria”, ma anche a quella società dell'Italia che col fascismo e dopo il fascismo, cercherà di modernizzarsi attraverso le scorciatoie sempre più frequentemente predisposte dalla “politica”".
Da che pulpito, vien da dire vent'anni dopo. Il percorso seguito da Ornaghi per la relazione lo porta a concludere che
Serpieri si era mantenuto fedele a un canone: e cioè che la “politica” è sempre nella sua essenza “strumento” da impiegare secondo le varie situazioni ed esigenze storiche del paese
Serpieri come Enrico Mattei? O come oggi ... no, via, lasciamo stare. Sarà che non son pratico dei territori battuti da Ornaghi per cercare le sue argomentazioni, ma mi sembra proprio che non ci siamo.

Tornando allo studio giovanile, invece, devo dire che a me sembra molto più interessante e moderno di molte tarde pubblicazioni dello stesso autore - una delle quali peraltro, quella sulla bonifica nella storia e dottrina, non delle peggiori, mi sono sorbito pure io da studente, andandomela a cercare di proposito: ma resto sostanzialmente un non addetto ai lavori, per cui la metto qui come opinione personale. Ma se e quando sarà diffuso si converrà, credo, che questo studio di un ventitreenne è veramente ben fatto: certamente questo studente aveva delle qualità, una parte del merito sarà pur stata dello zio, come lui sosteneva, ma bisogna dire che anche le scuole agrarie di allora preparavano bene. Vediamo.

Nell'azienda di San Giorgio di Agostino Ramponi, dunque, erano stati impiantati fra il 1881 e il 1893 poco più 6 ettari di vigneto specializzato. I vitigni erano principalmente Negrettino, Malbeck, Sauvignon e Seuillon, ma anche Cabernet, Uva da tavola (Angiola, Paradisa, ecc.), S. Giovese, Lambrusco, Pinot, Tinturier, Bordeaux, Sirah.
Il giovane Serpieri ne esamina la produttività, il sistema “di allevamento”, l'impianto, le spese d'impianto, il ciclo produttivo e i risultati economici. Allega i dati e trae le sue conclusioni, anzi le “Induzioni generali”, circondandole di parole di cautela ma argomentando con decisione:

Nessun maggior pericolo, dopo aver studiato un caso concreto, come ho cercato di fare, che il generalizzare troppo i risultati. Trarre dal caso considerato quel tanto di veramente generale che può esserci, e metterlo in relazione colle condizioni agrarie della pianura bolognese, vorrebbe essere il fine di questa ultima parte del lavoro
In ogni caso, è dell'opinione che il vigneto specializzato possa costituire una eccellente speculazione. Occorrerebbero forse altri studi, dice, forse perfino arrivare a una nuova edizione della “Monografia del podere bolognese”; occorrerebbe uno “studio della struttura economica di detta azienda quale oggi si presenta, per metterla poi a confronto con la struttura della medesima ... quando i filari di olmi vitati fossero sostituiti dal vigneto”: ex-ante ed ex-post l'archiviazione della piantata, come diremmo oggi col linguaggio della valutazione dei progetti.

Ma intanto si può tentare di rispondere ad alcune domande:
Tanto l'introduzione della vigna nel podere bolognese quanto la sua diffusione come azienda autonoma, significherebbe un aumento della produzione dell'uva nella pianura bolognese. Ora è pronto il mercato a ricevere tale aumento? ...
Bisogna che l'agricoltore organizzi la propria enologia in modo che, pur senza rinunziare al mercato locale il di cui potere di assorbimento è pur possibile che aumenti, se sapremo offrire vini da pasto sani e a buon mercato, possa anche volger l'occhio al più vasto mercato nazionale, e, perché no, anche all'estero.

E poi, eterna questione:
Sta bene che l'enologia bolognese assuma i caratteri di una vera industria, volgendo l'occhio al mercato nazionale ed estero, ma la materia prima che possono dare le nostre pianure è adatta alla confezione di un tipo di vino che si presti alla conquista di altri mercati, all'infuori di quello locale?
Io non dubito di rispondere affermativamente ...
Non sarà buono come quello dei colli, dice il giovane Serpieri, ma può stare dignitosamente sul mercato; e poi molti proprietari hanno terreni sia in collina che in pianura, si dìano da fare, come si era dato da fare Ramponi provando vitigni e soluzioni diverse. E impariamo dai veneti.

Naturalmente, un odierno approfondimento storico non dovrebbe limitarsi a registrare la qualità di questo studio dell'anno di grazia 1900, ma la sua collocazione nella realtà del tempo e il suo esito sul territorio, e per far questo naturalmente occorrerebbe intanto rispolverare i dibattiti agronomici di inizio Novecento, e l'ambiente sociale culturale in cui si svolgevano. Niente di fuori del comune, sappiamo che ci sono buone fonti, e anche le competenze per trattarle non dovrebbero mancare.

Da sangiorgese, questa vicenda del vigneto Ramponi mi sembra interessante quasi quanto l'infanzia di Giulietta Masina. Ma poiché ho anche ricordi recenti da un master in terra di Maremma sullo Sviluppo Rurale di Qualità, comprendente qualche lezione su come produrre Brunello e Morellino e come venderlo ad americani e cinesi, mi sento di dire che questo pezzo di storia dell'agricoltura (diciamo di storia del territorio, così son contento anch'io e qualcun altro con me) ha parecchie cose da insegnare anche ai non sangiorgesi.

Quanto al seguito della carriera di Serpieri, oltre al già detto, mi piacerebbe poter riprendere il giudizio di Emilio Sereni del 1969 quando ricordava “i ben precisi limiti di classe del valore scientifico e di tutta l'opera del Serpieri”, da lui definito “una figura centrale del fascismo agrario toscano e italiano”: in fin dei conti era proprio Serpieri a parlare di “classi rurali”. Ma pochi anni dopo il professor Sylos Labini ci spiegò che parlare di classi sociali nell'Italia del Novecento, eh insomma, non era poi così semplice. Quindi preferisco concludere come Corrado Barberis al convegno del 1993:

I colleghi esigono un giudizio sintetico su Serpieri (e qui ricorda un aneddoto: a Serpieri chiesero chi fosse stato il maggior romanziere francese, e rispose “Victor Hugo, ahimè!”) ... all'interrogativo su chi sia stato il maggior personaggio dell'economia e della politica agraria della prima metà del secolo, non si può non rispondere: “Arrigo Serpieri, ahimè!”

(Fine. Musica di sottofondo: Era meglio morire da piccoli - come studioso in carriera, s'intende. Nel prossimo post i riferimenti bibliografici)