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Se si leggono le laudatio accademiche tributate nel dopoguerra a Serpieri, si affaccia questo luogo comune: sì, sarà stato un po' fascista, ma allora chi non lo era? Eh no, per Serpieri è diverso. Della dittatura Serpieri fu ideologo attivo e propagandista tenace: predicò la sottomissione dei rurali, la elargizione dei loro diritti da parte di un uomo della provvidenza, la sottomissione delle donne, il nazionalismo, la necessità della guerra.

Già, ma come si diventa ideologi fascisti?
Serpieri, per tutta la sua vita, ha sempre rivolto un'attenzione particolare alla "borghesia agricola". Partito da San Giorgio a fianco di un suo dinamico esponente, ad essa dedicherà ancora nel 1957 quello che probabilmente è il suo ultimo scritto, accorgendosi che "Nella borghesia agricola stanno oggi avvenendo profonde trasformazioni". Nel 1930, confrontandola ai braccianti e ai contadini, la definiva nel suo libro sulla guerra "una classe spiritualmente più raffinata" (pag. 60).

Di passaggio, perché ci riguarda, notiamo che si dilunga "Sulla tipica lotta bolognese, la quale ebbe la massima influenza nel determinare poi la rivolta della borghesia agricola". Di che natura sia stata quella rivolta si sa, non abbastanza, forse.
La tesi della centralità delle vicende di casa nostra nella nascita e nell'affermazione del fascismo è condivisa da altri, anche antifascisti, per esempio da Corrado Barberis, che nel 1999 dedicò un capitolo della sua monografia su "Le campagne italiane dall'Ottocento a oggi" a "Quell'asse tra Bologna e Ferrara": il capitolo parla soprattutto della nascita del partito popolare italiano, ma nella pagina immediatamente successiva identifica nel passaggio al fascismo dei braccianti di una lega in una frazione di Ferrara in seguito a una azione squadristica, l'episodio che consegnò il potere al fascismo.

Sulla nascita e affermazione del fascismo non aggiungo qui altro; personalmente, e per quello che so, non ho mai creduto che siamo, nè siamo mai stati, al centro del mondo. Ma la narrazione che ne fa Serpieri (libro sulla guerra, p. 340), tenendo bene a mente la sua vicenda personale, mi sembra meriti di essere conosciuta:

A considerare nel loro insieme i programmi, i propositi, i voti dei lavoratori organizzati nel biennio 1919-20 si ha la impressione di sentire improvvisamente unirsi, interferire, concorrere, in un solo urlante coro, tutte le voci che, attraverso anni e decenni, si erano volta a volta levate dalle campagne a reclamare più pane e più giustizia e qualche maggior conforto nella dura fatica. Ben fioca, di fronte ad esse, le voci di coloro che difendevano le ragioni degli ordinamenti economici e sociali esistenti; che ponevano, di fronte alla volontà di una distribuzione più favorevole al lavoro manuale, la ragione suprema della produzione e della Nazione ancora più che non mai minacciata di rovina.

La borghesia agraria terrorizzata di fronte a "un solo urlante coro" finanzierà lo squadrismo; e fin qui, suggerisce Barberis, niente di decisivo nel clima violento del dopoguerra (la sua tesi è che il fascismo vincerà quando si sposteranno masse di lavoratori sindacalmente organizzati). Possiamo ben aggiungere una postilla sul ruolo che giocarono intellettuali di sicura acutezza e capacità di analisi come Serpieri, che ancora nel 1930 si meravigliava (p. 84) che
"Persino un uomo notoriamente conservatore e competente di cose agrarie, come il senatore Tanari, in lettere al giornale Il Resto del Carlino del 1917, che sollevarono grande eco e discussioni, mostrava di aderire all'idea che si dovesse agevolare largamente il passaggio della terra ai contadini ...",
che invece secondo lui restava una "formula vaga e allettatrice, destinata a far fermentare sentimenti di ostilità e di odio contro la borghesia in impulsi aspirazioni e pretese pericolosissime all'ordine sociale e nazionale".

Succede che i protagonisti scompaiano, che i ricordi si cancellino; è normale anche che un ciclo storico sembri concluso e lontano, e solo a distanza di tempo se ne riscopra il valore. Devo dire oggi che dalle mondine di Bentivoglio, dal loro ricordo di Amedeo Lipparini capolega ucciso dai fascisti, dalla loro riconoscenza verso le anziane che avevano fatto le lotte del '19-'20 conosciute in gioventù, dai loro racconti ho imparato più che dai libri di Serpieri.

(segue)