"... il grosso delle schiere socialiste, tutto il socialismo delle leghe riformiste e delle cooperative, restò fermo contro la guerra. Quasi tutto il proletariato fu con lui. Terribili nell'animo dei contadini più primitivi dovevano essere le parole: la guerra la vogliono i ricchi! Ed era questa una delle idee centrali sulle quali martellava continuamente la propaganda socialista per la neutralità."
Ma quando, per dirla con le sue parole, "la grande ora suonò", il 24 maggio del 1915, i contadini, diciamolo qui con parole nostre, si avviarono a diventare carne da cannone. E il seguente commento di Serpieri all'entrata in guerra mi sembra oggi l'epitaffio più esatto per il suo tanto decantato ruralismo, assai più degli omaggi accademici che si continuò a tributargli per tutto il dopoguerra:

Questa è la saggezza profonda dell'animo rurale, l'oscuro istinto che esistono forze superiori alle quali occorre piegarsi e ubbidire.

Il linguaggio guerresco, nel libro, non si limita al racconto della Guerra mondiale e all'apologia del fascismo. Per esempio, Serpieri descrive con una certa precisione e dovizia di riferimenti gli schieramenti sindacali nel dopoguerra in termini di "forze degli eserciti combattenti" (i rossi e i bianchi), quindi passa ad esaminare "le battaglie combattute".

Un vizio che gli rimarrà: nel febbraio del 1940, da Presidente dell'Accademia dei Georgofili, terrà una conferenza all'Istituto di Cultura Fascista su "La preparazione agricola alla guerra totale". Anche qui, la guerra è qualcosa di naturale, ed ovviamente la vinceremo. Non ci sono, dice, grossi timori per l'autosufficienza alimentare (semmai per gli approvvigionamenti energetici, da sempre un problema per l'Italia), però occorrerà cambiare abitudini: razionamento, più che per necessità, come espressione di "una severa disciplina dei consumi"; difende la social card di allora: "Avete ormai tutti, nelle vostre case, la tessera annonaria. Non guardatela con fastidio ..."
E difende la necessità dell'autarchia, "sia detto con sopportazione di chi ancora pensa il contrario":

"E' dovere dei consumatori di assecondare questo sforzo autarchico. Le donne, sopratutto, sono pregate di risparmiarci i loro mormoramenti".

Precisa: il compito delle contadine sarà di garantire praticamente la stessa produzione con gli uomini al fronte: è già successo nella precedente guerra, dice nel 1940 citando suoi studi precedenti ricchi di statistiche, deve succedere ancora. Peccato che nel 1931, nella foga di esaltare il Duce, introducendo il suo libro su "L'agricoltura e i rurali", avesse scritto:
"L'agricoltura italiana era uscita dal magnifico, ma logorante sforzo di quarantun mesi di guerra, con gravi ferite. Patrimonio zootecnico e forestale decimati; fertilità della terra diminuita, per insufficienti o trascurate lavorazioni e concimazioni ; mercati di esportazione perduti ; rifornimento di fondamentali mezzi di produzione ostacolato o impedito ; nelle provincie invase, vita rurale del tutto disorganizzata."

(segue)