Ce n'è una che comincia nel 1911, quando in America Andrew Carnegie, uno degli uomini più ricchi della storia d'America, finanzia una Fondazione per la Pace Internazionale. Un po' di economisti si trovano a Berna e mettono a punto dei programmi di ricerca, che nel 1914 sono da rifare, perché ormai la frittata è fatta, per di più alcuni degli illustri studiosi sono al servizio dei rispettivi governi, su fronti opposti.
Sarebbe stata una bella idea, quella di "cercar di misurare, per mezzo di una indagine storica, il costo della guerra e il perturbamento che essa cagionava nei processi dell'incivilimento". Dopo qualche anno, da economisti di mondo, si preferiva riconoscere che la guerra scatena "forze complesse, destinate non soltanto a servire ai vasti processi di distruzione, ma anche a eccitare nuove capacità di produzione": quindi ci adatta ad applicare la propria scienza allo studio della guerra e dei suoi strascichi.
La situazione contingente consiglia altre modifiche al Programma di ricerca. Invece di un Comitato di ricerca europeo (probabilmente il vecchio Carnegie ci teneva, era nato in Scozia ed emigrato a 13 anni, morì nel 1919), nell'Europa uscita dalla guerra la Fondazione decide di formare comitati nazionali che si relazionano ad essa separatamente: penseranno poi là in America alla sintesi, quando si potrà, ammesso che si prima o poi si possa.
La Fondazione non lesinava risorse, i Comitati nazionali erano presieduti da studiosi illustri, e non erano organizzati tutti allo stesso modo: per esempio, in Belgio faceva tutto Pirenne, in Cecoslovacchia il presidente (anche della Repubblica) Masaryk, in Gran Bretagna il presidente del Comitato nazionale era Sir Beveridge (quello che più tardi pose le basi per lo stato sociale) e Keynes ne era membro, in Italia presidente del Comitato nazionale era Luigi Einaudi. Da noi si mise in cantiere uno studio su "La guerra e le classi rurali", nessuno meglio di Serpieri era in grado di condurlo. Era un po' fascista, un po' troppo per i gusti americani, ma nessuno sapeva trattare i dati dell'agricoltura quanto lui - e poi, dal governo, aveva avuto accesso a fonti indisponibili a chiunque altro, e anche dopo che gli agrari siciliani avevano chiesto e ottenuto la sua sostituzione, nel 1924, si era dedicato a mettere in piedi l'Istituto Nazionale di Economia Agraria, di cui fu presidente e che cominciò a produrre fior di studi regionali e settoriali, assumendo i migliori giovani studiosi sulla piazza: compresi i neolaureati Emilio Sereni e Manlio Rossi Doria al loro primo lavoro, presto arrestati e condannati a vent'anni di carcere dal Tribunale Speciale fascista, mentre Serpieri scriveva l'introduzione a un libro di Mussolini.
Ritorneremo su questa introduzione, ma intanto, nel 1927 Serpieri mandò alla Fondazione Carnegie lo studio che gli era stato commissionato sulla guerra e le classi rurali.

(Nota: i rapporti con la Fondazione Carnegie sono stati studiati da Fabio Degli Esposti, saggio pubblicato sul n. 224/2001 di "Italia contemporanea", rivista Insmli; daremo alla fine di questa serie i riferimenti precisi)

Era uno studio ponderoso e documentato; un po' troppo fascista, in effetti: di là dall'Oceano non mancarono di accorgersi che faceva il tifo per il regime in maniera spudorata. Glielo mandarono indietro, l'anno dopo ne inviò una seconda versione; stavolta era ancora peggio. Per esempio, dall'America fecero osservare a Einaudi che "Il lettore straniero può anche trovare qualche difficoltà ad afferrare perché i contadini fossero dei pavidi quando appoggiavano un movimento, e "valorosi soldati" quando ne appoggiavano un altro". Ma Einaudi ci teneva, fece da mediatore e lo studio uscì nel 1930, con in fondo alla presentazione parecchie righe di sostanziale presa di distanze da parte della Fondazione. Intanto Serpieri era di nuovo al governo.
E meno male che è uscito, questo libro di oltre 500 pagine, perché ci è utile ancor oggi, anche oltre e contro le intenzioni dell'autore. Studia i dati della produzione, ma anche la consistenza, i punti di forza e di debolezza delle rivendicazioni sindacali. Le cose sono andate così perché non potevano che andare così. Nella sua parzialità mostra un notevole metodo. E' una apologia del presente fascista. E nell'esprimere il suo entusiasmo di fascista l'Autore si era pure trattenuto, come vedremo nel prossimo post.

Ma intanto in questa vicenda registriamo due aspetti apparentemente paradossali: innanzitutto l'appoggio di un liberale come Einaudi a un antiliberale come Serpieri (lo fu fino all'ultimo, negli anni Cinquanta seminando dubbi sul nascente Mercato Comune e scrivendo su "I dazi doganali come fattore di stabilità"); si dirà: logica accademica casareccia di "rispetto di valori scientifici", in un contesto degradato dai nazionalismi, in cui i Comitati Nazionali erano diventati più importanti della Pace Internazionale. Questo è appunto l'altro paradosso; un programma di ricerca, internazionale di nome, americano di fatto, che continua ad avere la pace tra i suoi scopi (è scritto nel frontespizio dei volumi) in cui viene pubblicato uno studio il cui autore nemmeno tanto velatamente difende l'interventismo e mostra la sua propensione per la guerra: che peraltro in altri scritti dello stesso autore è dichiarata ancora più esplicitamente.
(segue)