La citazione, a memoria, è questa:
"I macelli non sono senza conseguenze nella vita di un uomo. Dopo, uno o diventa vegetariano, o comincia a uccidere tranquillamente i suoi simili"
(Dove per macelli si intende propriamente gli edifici, gli stabilimenti destinati alla macellazione di animali)

E' un ricordo che viene da lontano, una quarantina d'anni. Stava in epigrafe ad alcune foto pubblicate su una rivista di fotografia, "Popular Photography Italiana" si chiamava la rivista, è lì che mi sono formato, fotograficamente parlando, è lì che ho letto per la prima volta dei grandi della fotografia e degli emergenti, e delle rivelazioni scioccanti, Diane Arbus, mi ricordo, per esempio.
In questo caso un fotografo che non mi ricordo più come si chiamava era andato "dietro le quinte" dei paesaggi urbani quotidiani, a fotografare i macelli, con un uso crudo del bianconero, come andava di moda allora in questi casi.
Era, artisticamente parlando, una rivincita. Da un po' di tempo il colore aveva invaso i rotocalchi. Io ero cresciuto sulle foto patinate, coloratissime, di "Epoca". In casa nostra doveva aver sostituito "Tempo" quando io ero piccino, di quello ne trovavo in soffitta qualche numero di pochi anni prima, tutto bianconero con la carta giallina, mi sembravano di un altro secolo. Mio babbo raccoglieva tutti gli inserti fotografici per rilegarli e farne dei libri, usava così allora. Mario De Biasi, il fotografo, era per noi quello che nelle altre famiglie era, che so, Indro Montanelli, un grande da seguire, uno di cui non farsi scappare niente di quel che pubblicava. Il colore aveva vinto, stravinto, stava perfino per farci cambiare tutti i televisori. Ci doveva essere un motivo serio, per usare il bianconero.
(C'è una mostra, a Modena, che fa respirare un po' di questo clima)

I macelli c'erano anche da noi (questo è quello del mio paese, per esempio, in fondo alla strada del campo sportivo, ci passavo quasi tutti i giorni), ma una volta non ci facevano tutto questo effetto. Dovevamo prendere il giro da America e Russia, perché ci facessero effetto.
I macelli ci sono anche adesso, ovviamente, solo che sono più tecnologici, poi ci sono quelli conformi alle diverse tradizioni religiose, poi ci sono le norme UE per non far soffrire gli animali, poi da allora sono stati fotografati tante volte, poi c'è sempre più fotografia a colori, poi, forse, chissà, siamo più assuefatti all'orribile, sta di fatto che foto così non se ne fanno più. Così come allora dovevamo prendere il giro dall'America per vedere quello che avevamo sotto gli occhi, oggi dobbiamo prendere il giro dal nostro passato. Secondo me.

Però io quell'imprinting ce l'ho ancora, di dire con la fotografia le cose che non si riesce a dire con le parole a meno di non essere Majakovskij, anche se a un certo punto smisi di far fotografie, e quando ripresi in mano una macchina fotografica c'era già il digitale, e le macchinette superautomatiche da tenere in tasca, e oggi saremmo tutti Cartier Bresson se non fosse che per guardare il display ti devi mettere gli occhiali e intanto ti è scappato il soggetto.

Una sensazione tipo quella di allora con i macelli l'ho provata da poco, non è la stessa cosa, ma l'ho già detto, gli slittamenti progressivi sono importanti, mi sa che ci costruiamo (costruiamo noi stessi, voglio dire) attraverso slittamenti progressivi.
L'ho provata quando sono andato nel luogo preposto a buttare via un po' di roba elettronica, mica tanto vecchia, di 10-15 d'anni fa: vecchi PC con Windows98, monitor pesantissimi che a 800x600 sembravano il massimo della tecnologia, schede fatte a Taiwan o in Thailandia talmente fitte di componenti che sembrano dei plastici del progetto originale di Kenzo Tange per il Fiera District. Tutto ammassato in grandi cumuli, e meno male, meglio così che disperso in ogni dove. Però, che macello.
E prima, questa sensazione, l'avevo provata quando per un pezzo della macchina che non si trovava (dell'automobile, voglio dire) mi indirizzarono da un rottamatore (da qualche parte lo chiamano ancora sfasciacarrozze), e con la benna me lo trovò spostando due carcasse di auto quasi nuove mettendole una sull'altra, dovrebbero farci delle visite guidate per le scuole in quei posti lì, e anche dei corsi di rieducazione per i politici rottamatori.

D'accordo, è un'altra cosa, non c'è chi non veda le differenze, moltitudine di oggetti inanimati in questi casi, carcasse di animali che erano entrati vivi nell'altro. E di slittamento in slittamento rischiamo di andare a finire lontanissimo, come spiaggiati: e le piante, allora, non sono vive? e i boschi tagliati a raso? e i frutteti estirpati perché non rendono più?

Niente, volevo solo dire che forse non ho visto abbastanza, ma non sono diventato vegetariano. E nemmeno ho ucciso dei miei simili.