Piccole (piccole?) centrali crescono
By Giampaolo on Wednesday 25 January 2012, 08:00 - Permalink
Chi è andato alla Rizza in questi
giorni se n'è già accorto: sono comparsi dei piccoli cartelli indicatori per
l'impianto a biomasse della Gozzadina, proprio dentro l'oasi (nella maggior
parte dei significati che la parola 'oasi' può assumere, ne abbiamo parlato
qui). Se non andiamo errati si tratta dell'impianto autorizzato con
questa decisione, e inquadrato in un programma regionale.
Troppo tardi per parlarne? Probabilmente sì, ma almeno prendiamo atto e
raccontiamo che l'oasi sta cambiando. Ne abbiamo fatte tante, di prediche
inutili, aggiungiamone una, che sarà mai.
Cominciano a materializzarsi i mezzi che vanno e vengono, come ai tempi
della costruzione della discarica, ma stavolta non c'è la prospettiva di una
attività che va ad esaurirsi dopo un tempo determinato (come era previsto, e
come poi è stato in quel caso); e non c'è da farsi carico di un servizio
pubblico (sia pure tariffato), ma piuttosto da consentire (o meglio: favorire,
incentivare) una attività privata di produzione di energia da vendere - sia
pure con asseriti benefici per la economia nazionale. E questo va detto prima
ancora di entrare nelle polemiche, peraltro ovunque piuttosto vivaci,
sull'impatto ambientale di questi impianti, che ricordiamolo, sono di potenza
0,99 Mw perché a partire da 1 Mw ci vuole la valutazione d'impatto ambientale,
nella migliore tradizione dell'italica legittima elusione. Nè mancano le
polemiche, anche dalle nostre parti, sulla mancanza di una adeguata
informazione alla popolazione; e sulla opportunità e i rischi di una politica
pubblica che incentiva pesantemente la "filiera" agroenergetica, cioè l'uso dei
campi coltivati per produrre energia invece che cibo, alla faccia di tutti i
bei discorsi su prodotti tipici, chilometri zero e via dicendo, proprio quelli
che i dirigenti delle organizzazioni agricole sbandierano settimanalmente,
praticamente a reti unificate.
Se volessimo simulare quella audizione pubblica che non c'è stata, bisognerebbe
considerare anche argomenti a favore, tipo le considerazioni sulla produzione e
diversificazione energetica, sulla dimensione tutto sommato limitata di questo
bruciatore, sul fatto che a regime col suo funzionamento garantirà che almeno
nel suo raggio di approvvigionamento ci saranno coltivazioni (di cosa, non si
sa) e non cemento. Già, di cosa?: il pioppeto lì a fianco è ormai maturo, con
buona pace dello sparviere, dei rigogoli e degli altri nidificanti che presto
dovranno cercarsi casa altrove. Il ceppato servirà a evitare un traffico di
camion? Per quanto tempo? E dopo? E poi, è vero che la tifa, la
comune canna di palude insomma, è un buon combustibile per questo
tipo di impianti? Si prevede di estendere le zone umide e di
'coltivarle'?
Aggiungiamo poi che negli ultimi tempi avevamo notato con soddisfazione sempre
più gente camminare e correre sulle strade tra Bentivoglio e l'oasi, a
confermare la vocazione del luogo. Ci immaginiamo come saranno contenti di fare
jogging a fianco di una centrale, sia pure piccolina.
A questo punto, però, prende corpo il timore che non si tratti solo della
solita mancanza di trasparenza e di informazione su quello che succede all'oasi
e dintorni, ma piuttosto della pietra tombale definitiva sul progettone di fine
millennio, quello dei cartelli "La natura torna in campagna": di certo l'oasi
non sarà più la stessa. Si potrebbe candidamente
continuare a sperare che le cose cambino, potrebbero perfino cambiare in
meglio, un altro progettone (perché la Commissione Europea volle convincerci
che funziona così) potrebbe accertare che quell'idea era buona, proprio quella
di parco agricolo eccetera che è scritta sui cartelli con tutti gli stemmini
delle istituzioni; che si era partiti col piede giusto, a parte qualche inutile
gigantismo come la finestra semisommersa del capanno grande (a proposito, là
sotto entra acqua, qualcuno se n'è accorto?). Ci voleva, evidentemente, la
volontà di farlo davvero, poi, quel parco, che è una cosa un po' più complicata
che mettere cartelli, e ora si capisce che agli agricoli proprietari (ai più
grossi, almeno) quella parola ispirava, più che una specializzazione sugli
aspetti naturali dell'attività agricola, un business diverso, sul tipo dei
'parchi eolici' che fioriscono sui crinali: salvo che qui non c'è vento,
proviamo con le biomasse. Dev'essere andata così.
Lo sapevamo, ma ogni tanto ce ne dimentichiamo: no, questo non è il migliore
dei mondi possibili.