Vieni a vedere la mia oasi

L'anno scorso, con questa storia Clo aveva rotto le scatole a tutto lo stormo. Non che lo avessero ignorato del tutto, no, però doveva capire che una gru al secondo inverno non può dettar legge al gruppo, ci sono delle regole. Sono gli anziani che decidono quando si va e dove si va, c'è il suo buon motivo per questo, e proprio lui ne era l'esempio vivente. La sua prima migrazione era stata traumatica.

Volare a lungo insieme con tutti gli altri, sul momento gli era sembrata una cosa bellissima. Non più piccoli trasferimenti da un prato all'altro per provare le ali. Un volo vero, lungo, un sogno. Sognano le gru? Ecco, era stato come quando di notte i sensi della giornata sono fuori uso e si attiva qualcosa che non sai se viene da fuori o da dentro; sai che tu sei lì in mezzo, non sai bene dove ma sei proprio tu, e lì in mezzo ti ci muovi con disinvoltura; succedono cose, piccoli avvenimenti, passano ombre e rumori attutiti, e poi tutto sembra ricomporsi in un proprio significato. Una cosa del genere era successa lassù in alto, appena passata la concitazione della partenza, quei momenti iniziali in cui tutti sono impegnati a comporre lo stormo e prendere le misure per tenere la distanza giusta dai propri simili precedenti e seguenti. Facile a dire, facile anche a fare - quando si sa già farlo.

La regola, lassù, è mantenere la disciplina e comunicare con i vicini attraverso minimi spostamenti del corpo. C'è anche la voce, certo, ma quella serve a incitarsi, a fare il tifo per se stessi, a farsi sentire da lontano; è una cosa in più, non sostituisce il linguaggio di prossimità delle misure, delle distanze da rispettare o da colmare.
All'inizio Clo pensava che tutto questo fosse un gioco, si era spostato un po' dalla fila come per dire "io vorrei andare laggiù"; il suo vicino l'aveva seguito, stava per rompersi la riga, e subito una oscillazione dello stormo, come un'onda, aveva riassorbito gli indisciplinati. Non riprovarci, Clo.

Lassù era proprio come sognare. Non c'era più niente dell'esperienza quotidiana di camminare rovistando ogni tanto a terra col becco. Sembrava di avere un altro paio di occhi, non gli stessi che servono a cercare da mangiare. Ed erano diversi i rumori, quelli ai quali a terra si prestava tanta attenzione; qui ogni suono che non fosse il vento e il fruscìo delle ali arrivava soffice, attenuato. Salvo che ogni tanto si percepiva un inquietante 'trrrrrr' che sembrava venire da un lontano uccellaccio strano e veloce; gli anziani facevano finta di niente ma il nervosismo che percorreva lo stormo era palpabile. Spesso, da sotto, il vento portava un brusìo continuo che sembrava venire da delle formichine colorate, con gli occhi luminosi, che si muovevano in fretta lungo delle linee grigie, tutte in fila. Dove finivano i campi verdi c'erano degli spiazzi dello stesso colore delle linee, su cui stavano immobili delle concentrazioni di formichine; da qualcuna ogni tanto entravano e uscivano come parassiti degli esseri umani, proprio quella specie da cui bisognava diffidare assolutamente, così aveva appreso dai genitori: la più pericolosa, quella da cui tenersi il più lontano possibile.

Lassù per aria sembrava di essere immersi nella luce; faceva freddo, ma era una sensazione diversa, eccitante; ogni tanto arrivavano folate di aria più tiepida, gli anziani erano bravissimi ad appoggiarvicisi sopra per spingersi in alto con meno fatica: dopo un po', Clo aveva capito che l'aria più calda aveva a che fare con quello che c'era sotto. Avrebbe voluto dedicare più tempo a questa sua personale geografia, avrebbe voluto capire meglio, andare alla ricerca delle origini di quel tepore, esplorare il confine fra una termica e il vento, ma non c'era verso di imporre i propri desideri; d'altra parte, una volta preso il ritmo, le ali andavano praticamente da sole. Ci si poteva lasciar andare, era proprio come sognare.

Gli anziani, davanti, non sognavano. Puntavano verso sagome di montagne che avevano già visto, ascoltavano ogni rivolo di vento, tenevano d'occhio gli uccellacci scuri e rumorosi, si stampavano in mente le forme che vedevano e sentivano, per la prossima volta. E andavano, andavano. Andavano avanti anche quando Clo avrebbe voluto scendere, avrebbe voluto dire basta, adesso andiamo a rovistare un po' col becco, ché lo stomaco che si lamenta.

Poco alla volta il sogno era diventato un incubo, per un novellino. Non ci si poteva fermare, non ci si poteva lamentare, si poteva solo continuare a battere le ali, e via andare. Solo qualche adulto sembrava avere un diritto di proposta degno di essere preso in considerazione: si manifestava con un breve scarto, come per affermare l'intenzione di andare a vedere quello che sembrava un promettente campo di stoppie da pascolare. Gli anziani, in testa, flettevano un po' la rotta, una esitazione di un istante che raramente si prolungava, il più delle volte si risolveva con la manovra per ricomporre la formazione e rimettere in fila i proponenti. Bisognava andare avanti senza esitazioni, dovevano capirlo tutti.

A un certo punto, Clo e i suoi coetanei erano stanchi da non farcela più. I giovani hanno più energie, ma non hanno ancora i muscoli delle ali sviluppati. Gli scarti dalla linea di volo erano diventati più frequenti, ma il volo dello stormo proseguiva. Quando sotto si infittirono gli specchi d'acqua, quelle macchie omogenee che mandavano riflessi dalla superficie, una specie di forza di gravità portò tutti più in basso, e anche i migratori esperti cominciarono a considerare di poter scendere a terra. Lo stormo cominciò a sussultare, si moltiplicano le onde nella bella formazione a V, quelli che non ce la facevano più si abbassavano, l'onda maestra non riusciva più a recuperarli, lo stormo era diventato come un lenzuolo agitato nel vento. I rumori salivano, il volo era diventato ormai di esplorazione di un sito buono per fermarsi. Ma non era così facile, c'era troppo movimento laggiù, gli anziani non si fidavano e cercavano di tirare avanti verso le valli che conoscevano. Per un gruppetto la fatica ebbe la meglio sulla prudenza, e scesero ai bordi di un canneto. Da un lato, l'argine di un fiume chiudeva l'orizzonte e dava una illusione di sicurezza.

Si fermarono per alcuni giorni per riprendere le forze, ogni tanto facevano qualche breve volo nei dintorni per cercare un po' di meglio da mangiare; Clo imparò a esplorare i dintorni, conobbe la nebbia. Una volta si spinse un po' più in là, tornò e non ritrovò più i compagni di viaggio: si erano spostati da un'altra parte? avevano già ripreso le forze per continuare? Chissà. Clo vagò un po' per la pianura, finché non trovò uno specchio d'acqua bordato da canne e da un po' di prato, vicino ai campi; da mangiare ce n'era abbastanza, e vicinissimo c'era un'altra vasca riparata da argini. Non faceva neanche troppo freddo. Perché cercare ancora? Aspettiamo qui, qualcosa succederà, si disse Clo.

Dopo parecchie settimane, Clo cominciava a sentire una inquietudine crescente. Stava arrivando la sua prima primavera. In quella lunga sosta si era annoiato molto, ma si era anche rimesso in forze. Gli esseri umani non lo avevano disturbato; per tenersi in allenamento e per curiosità ogni tanto aveva fatto qualche breve volo. Man mano che le giornate si allungavano le ali fremevano di più. Una mattina si era alzato in volo più del solito e poi si era lasciato tirare lontano come da una corda invisibile.
Era andata bene, aveva ritrovato i suoi simili. Prima un gruppetto, poi insieme con loro si era ricongiunto a un grande stormo, aveva persino ritrovato qualcuno di quelli con cui aveva cominciato a volare. Percepiva una grande agitazione nei suoi simili, ma lui si sentiva più sicuro ormai, aveva affrontato con uno spirito del tutto diverso perfino la sua seconda traversata di un braccio di mare. Quando poi aveva rivisto i posti dove era stato pulcino, aveva avuto la sensazione che niente potesse fargli più paura.

Imparava a esprimersi come gli adulti: qualche volta rumorosamente, con la voce, ma questo lo sapeva fare fin da piccolo: adesso la voce era cresciuta, venivano fuori quei versi squillanti che arrivano lontanissimo, e quando si è in tanti a vociare il frastuono è qualcosa di indescrivibile.
Quando la colonia era tutta in subbuglio, Clo guardava con curiosità tutta quella agitazione. Era ancora troppo giovane, non si sentiva trascinato a saltare e danzare come facevano gli adulti, uno di fronte all'altro. Ma non poteva non vederli, l'avrebbe fatto anche lui, l'anno prossimo o quello successivo, avrebbe imparato tutta quella ricchezza di espressione. Intanto se la stampava in mente, poi gli sarebbe sgorgata da dentro.

Mentre gli adulti erano tutti presi dai corteggiamenti e poi dalla vita di coppia, Clo aveva imparato sempre meglio a relazionarsi coi vicini, per lo più giovani come lui. Non c'era bisogno di strafare, bastava poco, piccoli movimenti, qualche volta impercettibili, qualche volta solo qualche penna, qualche volta il capo alzato un po' più in alto; aveva imparato a esprimersi perfino col silenzio, con una postura immobile tenuta una frazione di secondo in più del solito.
Anche in volo aveva fatto esperimenti; aveva scoperto che spostarsi di pochi centimetri dalla rotta aveva degli effetti sul volo dei suoi compagni. Cercava di padroneggiare i messaggi che volontariamente o meno mandava allo stormo, ma se si spostava troppo, magari intenzionalmente, magari perché aveva visto qualcosa che secondo lui valeva la pena di andare a vedere, non è detto che qualcuno lo seguisse. Rischiava di trovarsi da solo, e quella esperienza non la voleva rifare.

Alla sua seconda migrazione era arrivato più preparato e disciplinato.
Ma ci aveva provato, a rivedere la sua oasi. Del resto, era naturale che la meta, per lui, fosse il posto dove aveva svernato l'anno prima. Lo avessero lasciato fare, li avrebbe portati tutti là. "Venite a vedere che bel posto, si sta bene". Ma lui era troppo giovane per essere ascoltato, non era un posto segnato nelle mappe mentali degli anziani, che diffidavano di lui perché nei tentativi di convincimento che pure faceva, si sbilanciava pericolosamente verso zone troppo frequentate gli umani. Certo, a lui non avevano dato fastidio, però non si sa mai, doveva rendersi conto che essere una gru vuol dire essere diffidente.

Così, per il suo secondo inverno era andato a svernare con gli altri molto più lontano, oltre le montagne.
A primavera era tornato dov'era nato percorrendo una rotta diversa, e laggiù aveva compiuto due anni. Nonostante i quattro lunghi viaggi era ancora giovane, per lui c'era ancora un mondo di scoperte da fare. La mente dei giovani è come una spugna, dicono, assorbe tutto quello di cui si fa esperienza. Non appena c'era una minima novità Clo sentiva qualcosa fiorire dentro, letteralmente: le cose che vedeva o sentiva andavano ad agganciare altre cose che già sapeva, si intrecciavano come in un tessuto robusto, lo facevano crescere.
Lui non se ne rendeva conto fino in fondo, ma fioriva anche fisicamente. Sentiva il bisogno di rassettarsi continuamente, perché stava cambiando le penne. Verso la fine dell'estate in uno specchio d'acqua si era visto diverso, più colorato, come gli adulti: con una sciarpa bianca che partiva dalla nuca e un cappellino rosso. Come altri suoi coetanei, del resto: per qualcuna di queste gru, Clo cominciava a sentire una curiosità crescente e un'attrazione speciale. La colonia era formata da centinaia di individui, ma ora con lo sguardo andava a cercare sempre gli stessi - le stesse, perché aveva scoperto le femmine, qualcosa di speciale - tutta l'attenzione nel fare i movimenti giusti per comunicare efficacemente era ormai rivolta a loro. Aveva capito che era osservato con altrettanta attenzione, e questo gli piaceva: cominciò a cercare il modo di farsi notare.

Passata l'estate (la terza per lui contando anche quella in cui era nato) la colonia si preparava alla nuova migrazione. Ormai Clo la affrontava senza particolare timore, ma la sua prima esperienza qualche traccia l'aveva lasciata, e paradossalmente questo fatto drammatico ora si volgeva a suo favore. Nella colonia, lui era un tipo un po' speciale. Era quello che a un certo punto aveva fatto da solo, ed era felicemente tornato: un individuo un po' strano, un originale, un po' misterioso: chissà cosa aveva visto. Le femmine che lo sbirciavano percepivano piccole diversità in qualche sua abitudine, per esempio nel movimento del becco per rovistare il terreno, oppure nella familiarità con cui trattava altri uccelli poco comuni, come se fossero suoi fratelli minori.
Un tipo decisamente interessante.

Una volta cominciata la migrazione, era diventato di nuovo irrequieto: non se l'era ancora dimenticata, quell'oasi, tutto sommato ci era stato proprio bene, gli sarebbe piaciuto che altri la vedessero. Anzi altre stavolta, qualcuna di quelle con cui ci si teneva d'occhio al momento della formazione degli stormi per volare poi nello stesso gruppo. E in volo ormai ci si sapeva mandare segnali. "Venite a vedere il posto dove sono stato, venite a vedere la mia oasi". Adesso il messaggio prendeva le sfumature di una seduzione.

Scostandosi appena un po' dalla linea di volo, Clo testava le reazioni ai suoi inviti. Qualcuna faceva segno di aver visto, e si rimettava subito in riga; qualcuna mandava a dire coi gesti di esser già pronta a seguirlo. Clè, quella che lo teneva d'occhio da più tempo, faceva finta di niente, ma non poteva fare a meno di guardarlo. Durante la prima sosta gli si avvicinò a terra; ripartirono vicini, non perdendosi mai di vista. Ancora una sosta, di qualche giorno, e Clè ebbe l'ardire di seguire quel matto in un breve volo fino al campo vicino.
In poco tempo diventarono una coppia navigata. Clè ogni tanto si tirava indietro, non voleva andare del tutto all'avventura nell'inverno continentale, anche perché non era poi così sicura che Clo sapesse dove andare. Prendeva nota della direzione in cui si era allontanato, ma si ricordava bene in che direzione era andato il resto dello stormo, per ogni evenienza. Poi però succedeva che lo andava a cercare. Qualche volta succedeva il contrario: dopo qualche ora di assenza, Clo tornava da lei. Andarono avanti così per qualche giorno, spostandosi ogni tanto. Al comportamento di quel tipo strano, Clè cominciava a farci l'abitudine. Finché un giorno Clo diventò ancora più strano: era chiaramente agitato, ma di una agitazione bella, positiva. Clè si risolse a seguirlo anche stavolta, e non ebbe a pentirsene: Clo aveva ritrovato la sua oasi, intatta, come due anni prima, solo qualche pianta cresciuta e un po' di canna in più. Proprio un bel posto, Clè doveva ammetterlo. No, lui non era un matto irresponsabile, era solo uno che si era perso e aveva dovuto arrangiarsi da solo: il terrore latente di ogni gru in migrazione. Se l'era cavata, e adesso era uno che sapeva come muoversi, da quelle parti. E non era più solo.

Clo e Clè sono una coppia, ormai. Da mangiare ce n'è.
Aspettiamo qui, qualcosa succederà, si sono detti.