Due gru
By Giampaolo on Wednesday 21 December 2011, 21:00 - Permalink
Chi
frequenta l'oasi si ricorderà certamente l'inverno di due anni fa, quando
una solitaria
giovane gru, probabilmente un individuo che si era perso (non sappiamo se
maschio o femmina), passò buona parte dell'inverno qui da noi. Si lasciò ammirare dai
visitatori a lungo, a distanza oppure in brevi voli di spostamento tra le
vasche; appena le giornate diventarono più lunghe l'istinto migratorio si fece
sentire, una mattina volò a lungo sopra tutte le vasche, come per cercare la
direzione, poi si alzò ancora e non la vedemmo più.
Avevamo assistito comunque a un evento abbastanza insolito. Piccoli stormi di
gru in migrazione passano sul nostro paese tra novembre e dicembre,
probabilmente per raggiungere le grandi aree di svernamento del centro Europa
dove si concentrano anche migliaia di individui, ma è raro che qualcuno si
fermi. Anche i semplici avvistamenti nelle nostre zone umide interne sono
pochi. L'anno scorso, nella nostra oasi gru non se ne sono viste; la speranza
di rivedere un animale insolito e bellissimo era andata delusa, ma forse era
meglio così: potevamo sperare che la nostra giovane gru si fosse felicemente
ricongiunta ai suoi simili. Se poi più tardi ci avesse portato il/la consorte
...
Ormai da queste parti molti occhi sono puntati verso il cielo (fortunatamente
senza un fucile in mano), e così quest'autunno c'è stata una prima segnalazione
del passaggio di uno stormo di 26 gru, poi una successiva di una quarantina,
stavolta anche
fotografate in volo basso nella classica formazione a V.
Infine, all'inizio di dicembre, è circolata la notizia: c'è una gru ferma
all'Oasi ... anzi no, sono due!, due adulti.
La presenza è stata subito annotata per gli annuari ornitologici, si subito
attivati i teleobiettivi per documentare l'evento ... appena in tempo, perché
per alcuni giorni non si sono più viste. Ma sono restate in zona, e domenica
mattina all'alba le abbiamo riviste, lontane e in poca luce, giusto il minimo
per le foto qui sopra. Come ornitologi, dilettanti o meno, o come fotografi
siamo comunque soddisfatti, è stata documentata una presenza importante. Che
relazione ha con l'avvistamento di due anni fa? Non possiamo saperlo, né
sappiamo se i due di quest'anno sono una coppia, oppure due fratelli, o due
sorelle. I princìpi della conoscenza scientifica ci impongono di affermare solo
ciò di cui siamo certi. Ma non possiamo neanche escludere che Clodoveo
(chiamiamolo così, l'immaturo di due anni fa) sia riuscito a convincere la sua
Clementina a seguirlo fin qui (o viceversa).
Smettiamo l'abito dello scienziato, allora, e diciamolo in un altro modo, con
un racconto:
Vieni a vedere la mia oasi
L'anno scorso, con questa storia Clo aveva rotto le scatole a tutto lo
stormo. Non che lo avessero ignorato del tutto, no, però doveva capire che una
gru al secondo inverno non può dettar legge al gruppo, ci sono delle regole.
Sono gli anziani che decidono quando si va e dove si va, c'è il suo buon motivo
per questo, e proprio lui ne era l'esempio vivente. La sua prima migrazione era
stata traumatica.
Volare a lungo insieme con tutti gli altri, sul momento gli era sembrata una
cosa bellissima. Non più piccoli trasferimenti da un prato all'altro per
provare le ali. Un volo vero, lungo, un sogno. Sognano le gru? Ecco, era stato
come quando di notte i sensi della giornata sono fuori uso e si attiva qualcosa
che non sai se viene da fuori o da dentro; sai che tu sei lì in mezzo, non sai
bene dove ma sei proprio tu, e lì in mezzo ti ci muovi con disinvoltura;
succedono cose, piccoli avvenimenti, passano ombre e rumori attutiti, e poi
tutto sembra ricomporsi in un proprio significato. Una cosa del genere era
successa lassù in alto, appena passata la concitazione della partenza, quei
momenti iniziali in cui tutti sono impegnati a comporre lo stormo e prendere le
misure per tenere la distanza giusta dai propri simili precedenti e seguenti.
Facile a dire, facile anche a fare - quando si sa già farlo.
La regola, lassù, è mantenere la disciplina e comunicare con i vicini
attraverso minimi spostamenti del corpo. C'è anche la voce, certo, ma quella
serve a incitarsi, a fare il tifo per se stessi, a farsi sentire da lontano; è
una cosa in più, non sostituisce il linguaggio di prossimità delle misure,
delle distanze da rispettare o da colmare.
All'inizio Clo pensava che tutto questo fosse un gioco, si era spostato un po'
dalla fila come per dire "io vorrei andare laggiù"; il suo vicino
l'aveva seguito, stava per rompersi la riga, e subito una oscillazione dello
stormo, come un'onda, aveva riassorbito gli indisciplinati. Non riprovarci,
Clo.
Lassù era proprio come sognare. Non c'era più niente dell'esperienza
quotidiana di camminare rovistando ogni tanto a terra col becco. Sembrava di
avere un altro paio di occhi, non gli stessi che servono a cercare da mangiare.
Ed erano diversi i rumori, quelli ai quali a terra si prestava tanta
attenzione; qui ogni suono che non fosse il vento e il fruscìo delle ali
arrivava soffice, attenuato. Salvo che ogni tanto si percepiva un inquietante
'trrrrrr' che sembrava venire da un lontano uccellaccio strano e
veloce; gli anziani facevano finta di niente ma il nervosismo che percorreva lo
stormo era palpabile. Spesso, da sotto, il vento portava un brusìo continuo che
sembrava venire da delle formichine colorate, con gli occhi luminosi, che si
muovevano in fretta lungo delle linee grigie, tutte in fila. Dove finivano i
campi verdi c'erano degli spiazzi dello stesso colore delle linee, su cui
stavano immobili delle concentrazioni di formichine; da qualcuna ogni tanto
entravano e uscivano come parassiti degli esseri umani, proprio quella specie
da cui bisognava diffidare assolutamente, così aveva appreso dai genitori: la
più pericolosa, quella da cui tenersi il più lontano possibile.
Lassù per aria sembrava di essere immersi nella luce; faceva freddo, ma era
una sensazione diversa, eccitante; ogni tanto arrivavano folate di aria più
tiepida, gli anziani erano bravissimi ad appoggiarvicisi sopra per spingersi in
alto con meno fatica: dopo un po', Clo aveva capito che l'aria più calda aveva
a che fare con quello che c'era sotto. Avrebbe voluto dedicare più tempo a
questa sua personale geografia, avrebbe voluto capire meglio, andare alla
ricerca delle origini di quel tepore, esplorare il confine fra una termica e il
vento, ma non c'era verso di imporre i propri desideri; d'altra parte, una
volta preso il ritmo, le ali andavano praticamente da sole. Ci si poteva
lasciar andare, era proprio come sognare.
Gli anziani, davanti, non sognavano. Puntavano verso sagome di montagne che
avevano già visto, ascoltavano ogni rivolo di vento, tenevano d'occhio gli
uccellacci scuri e rumorosi, si stampavano in mente le forme che vedevano e
sentivano, per la prossima volta. E andavano, andavano. Andavano avanti anche
quando Clo avrebbe voluto scendere, avrebbe voluto dire basta, adesso andiamo a
rovistare un po' col becco, ché lo stomaco che si lamenta.
Poco alla volta il sogno era diventato un incubo, per un novellino. Non ci
si poteva fermare, non ci si poteva lamentare, si poteva solo continuare a
battere le ali, e via andare. Solo qualche adulto sembrava avere un diritto di
proposta degno di essere preso in considerazione: si manifestava con un breve
scarto, come per affermare l'intenzione di andare a vedere quello che sembrava
un promettente campo di stoppie da pascolare. Gli anziani, in testa, flettevano
un po' la rotta, una esitazione di un istante che raramente si prolungava, il
più delle volte si risolveva con la manovra per ricomporre la formazione e
rimettere in fila i proponenti. Bisognava andare avanti senza esitazioni,
dovevano capirlo tutti.
A un certo punto, Clo e i suoi coetanei erano stanchi da non farcela più. I
giovani hanno più energie, ma non hanno ancora i muscoli delle ali sviluppati.
Gli scarti dalla linea di volo erano diventati più frequenti, ma il volo dello
stormo proseguiva. Quando sotto si infittirono gli specchi d'acqua, quelle
macchie omogenee che mandavano riflessi dalla superficie, una specie di forza
di gravità portò tutti più in basso, e anche i migratori esperti cominciarono a
considerare di poter scendere a terra. Lo stormo cominciò a sussultare, si
moltiplicano le onde nella bella formazione a V, quelli che non ce la facevano
più si abbassavano, l'onda maestra non riusciva più a recuperarli, lo stormo
era diventato come un lenzuolo agitato nel vento. I rumori salivano, il volo
era diventato ormai di esplorazione di un sito buono per fermarsi. Ma non era
così facile, c'era troppo movimento laggiù, gli anziani non si fidavano e
cercavano di tirare avanti verso le valli che conoscevano. Per un gruppetto la
fatica ebbe la meglio sulla prudenza, e scesero ai bordi di un canneto. Da un
lato, l'argine di un fiume chiudeva l'orizzonte e dava una illusione di
sicurezza.
Si fermarono per alcuni giorni per riprendere le forze, ogni tanto facevano
qualche breve volo nei dintorni per cercare un po' di meglio da mangiare; Clo
imparò a esplorare i dintorni, conobbe la nebbia. Una volta si spinse un po'
più in là, tornò e non ritrovò più i compagni di viaggio: si erano spostati da
un'altra parte? avevano già ripreso le forze per continuare? Chissà. Clo vagò
un po' per la pianura, finché non trovò uno specchio d'acqua bordato da canne e
da un po' di prato, vicino ai campi; da mangiare ce n'era abbastanza, e
vicinissimo c'era un'altra vasca riparata da argini. Non faceva neanche troppo
freddo. Perché cercare ancora? Aspettiamo qui, qualcosa succederà, si disse
Clo.
Dopo parecchie settimane, Clo cominciava a sentire una inquietudine
crescente. Stava arrivando la sua prima primavera. In quella lunga sosta si era
annoiato molto, ma si era anche rimesso in forze. Gli esseri umani non lo
avevano disturbato; per tenersi in allenamento e per curiosità ogni tanto aveva
fatto qualche breve volo. Man mano che le giornate si allungavano le ali
fremevano di più. Una mattina si era alzato in volo più del solito e poi si era
lasciato tirare lontano come da una corda invisibile.
Era andata bene, aveva ritrovato i suoi simili. Prima un gruppetto, poi insieme
con loro si era ricongiunto a un grande stormo, aveva persino ritrovato
qualcuno di quelli con cui aveva cominciato a volare. Percepiva una grande
agitazione nei suoi simili, ma lui si sentiva più sicuro ormai, aveva
affrontato con uno spirito del tutto diverso perfino la sua seconda traversata
di un braccio di mare. Quando poi aveva rivisto i posti dove era stato pulcino,
aveva avuto la sensazione che niente potesse fargli più paura.
Imparava a esprimersi come gli adulti: qualche volta rumorosamente, con la
voce, ma questo lo sapeva fare fin da piccolo: adesso la voce era cresciuta,
venivano fuori quei versi squillanti che arrivano lontanissimo, e quando si è
in tanti a vociare il frastuono è qualcosa di indescrivibile.
Quando la colonia era tutta in subbuglio, Clo guardava con curiosità tutta
quella agitazione. Era ancora troppo giovane, non si sentiva trascinato a
saltare e danzare come facevano gli adulti, uno di fronte all'altro. Ma non
poteva non vederli, l'avrebbe fatto anche lui, l'anno prossimo o quello
successivo, avrebbe imparato tutta quella ricchezza di espressione. Intanto se
la stampava in mente, poi gli sarebbe sgorgata da dentro.
Mentre gli adulti erano tutti presi dai corteggiamenti e poi dalla vita di
coppia, Clo aveva imparato sempre meglio a relazionarsi coi vicini, per lo più
giovani come lui. Non c'era bisogno di strafare, bastava poco, piccoli
movimenti, qualche volta impercettibili, qualche volta solo qualche penna,
qualche volta il capo alzato un po' più in alto; aveva imparato a esprimersi
perfino col silenzio, con una postura immobile tenuta una frazione di secondo
in più del solito.
Anche in volo aveva fatto esperimenti; aveva scoperto che spostarsi di pochi
centimetri dalla rotta aveva degli effetti sul volo dei suoi compagni. Cercava
di padroneggiare i messaggi che volontariamente o meno mandava allo stormo, ma
se si spostava troppo, magari intenzionalmente, magari perché aveva visto
qualcosa che secondo lui valeva la pena di andare a vedere, non è detto che
qualcuno lo seguisse. Rischiava di trovarsi da solo, e quella esperienza non la
voleva rifare.
Alla sua seconda migrazione era arrivato più preparato e disciplinato.
Ma ci aveva provato, a rivedere la sua oasi. Del resto, era naturale che la
meta, per lui, fosse il posto dove aveva svernato l'anno prima. Lo avessero
lasciato fare, li avrebbe portati tutti là. "Venite a vedere che bel posto,
si sta bene". Ma lui era troppo giovane per essere ascoltato, non era un
posto segnato nelle mappe mentali degli anziani, che diffidavano di lui perché
nei tentativi di convincimento che pure faceva, si sbilanciava pericolosamente
verso zone troppo frequentate gli umani. Certo, a lui non avevano dato
fastidio, però non si sa mai, doveva rendersi conto che essere una gru vuol
dire essere diffidente.
Così, per il suo secondo inverno era andato a svernare con gli altri molto
più lontano, oltre le montagne.
A primavera era tornato dov'era nato percorrendo una rotta diversa, e laggiù
aveva compiuto due anni. Nonostante i quattro lunghi viaggi era ancora giovane,
per lui c'era ancora un mondo di scoperte da fare. La mente dei giovani è come
una spugna, dicono, assorbe tutto quello di cui si fa esperienza. Non appena
c'era una minima novità Clo sentiva qualcosa fiorire dentro, letteralmente: le
cose che vedeva o sentiva andavano ad agganciare altre cose che già sapeva, si
intrecciavano come in un tessuto robusto, lo facevano crescere.
Lui non se ne rendeva conto fino in fondo, ma fioriva anche fisicamente.
Sentiva il bisogno di rassettarsi continuamente, perché stava cambiando le
penne. Verso la fine dell'estate in uno specchio d'acqua si era visto diverso,
più colorato, come gli adulti: con una sciarpa bianca che partiva dalla nuca e
un cappellino rosso. Come altri suoi coetanei, del resto: per qualcuna di
queste gru, Clo cominciava a sentire una curiosità crescente e un'attrazione
speciale. La colonia era formata da centinaia di individui, ma ora con lo
sguardo andava a cercare sempre gli stessi - le stesse, perché aveva scoperto
le femmine, qualcosa di speciale - tutta l'attenzione nel fare i movimenti
giusti per comunicare efficacemente era ormai rivolta a loro. Aveva capito che
era osservato con altrettanta attenzione, e questo gli piaceva: cominciò a
cercare il modo di farsi notare.
Passata l'estate (la terza per lui contando anche quella in cui era nato) la
colonia si preparava alla nuova migrazione. Ormai Clo la affrontava senza
particolare timore, ma la sua prima esperienza qualche traccia l'aveva
lasciata, e paradossalmente questo fatto drammatico ora si volgeva a suo
favore. Nella colonia, lui era un tipo un po' speciale. Era quello che a un
certo punto aveva fatto da solo, ed era felicemente tornato: un individuo un
po' strano, un originale, un po' misterioso: chissà cosa aveva visto. Le
femmine che lo sbirciavano percepivano piccole diversità in qualche sua
abitudine, per esempio nel movimento del becco per rovistare il terreno, oppure
nella familiarità con cui trattava altri uccelli poco comuni, come se fossero
suoi fratelli minori.
Un tipo decisamente interessante.
Una volta cominciata la migrazione, era diventato di nuovo irrequieto: non
se l'era ancora dimenticata, quell'oasi, tutto sommato ci era stato proprio
bene, gli sarebbe piaciuto che altri la vedessero. Anzi altre stavolta,
qualcuna di quelle con cui ci si teneva d'occhio al momento della formazione
degli stormi per volare poi nello stesso gruppo. E in volo ormai ci si sapeva
mandare segnali. "Venite a vedere il posto dove sono stato, venite a vedere
la mia oasi". Adesso il messaggio prendeva le sfumature di una
seduzione.
Scostandosi appena un po' dalla linea di volo, Clo testava le reazioni ai
suoi inviti. Qualcuna faceva segno di aver visto, e si rimettava subito in
riga; qualcuna mandava a dire coi gesti di esser già pronta a seguirlo. Clè,
quella che lo teneva d'occhio da più tempo, faceva finta di niente, ma non
poteva fare a meno di guardarlo. Durante la prima sosta gli si avvicinò a
terra; ripartirono vicini, non perdendosi mai di vista. Ancora una sosta, di
qualche giorno, e Clè ebbe l'ardire di seguire quel matto in un breve volo fino
al campo vicino.
In poco tempo diventarono una coppia navigata. Clè ogni tanto si tirava
indietro, non voleva andare del tutto all'avventura nell'inverno continentale,
anche perché non era poi così sicura che Clo sapesse dove andare. Prendeva nota
della direzione in cui si era allontanato, ma si ricordava bene in che
direzione era andato il resto dello stormo, per ogni evenienza. Poi però
succedeva che lo andava a cercare. Qualche volta succedeva il contrario: dopo
qualche ora di assenza, Clo tornava da lei. Andarono avanti così per qualche
giorno, spostandosi ogni tanto. Al comportamento di quel tipo strano, Clè
cominciava a farci l'abitudine. Finché un giorno Clo diventò ancora più strano:
era chiaramente agitato, ma di una agitazione bella, positiva. Clè si risolse a
seguirlo anche stavolta, e non ebbe a pentirsene: Clo aveva ritrovato la sua
oasi, intatta, come due anni prima, solo qualche pianta cresciuta e un po' di
canna in più. Proprio un bel posto, Clè doveva ammetterlo. No, lui non era un
matto irresponsabile, era solo uno che si era perso e aveva dovuto arrangiarsi
da solo: il terrore latente di ogni gru in migrazione. Se l'era cavata, e
adesso era uno che sapeva come muoversi, da quelle parti. E non era più
solo.
Clo e Clè sono una coppia, ormai. Da mangiare ce n'è.
Aspettiamo qui, qualcosa succederà, si sono detti.