La periferia dell'industria (4/4)
By Giampaolo on Friday 2 December 2011, 08:00 - Permalink
Salvo eccezioni, la storia
dell'industria ha il suo luogo deputato nelle periferie urbane, difficile
contestare questo assunto. Il nostro è un territorio rurale, e periferico
rispetto ai grandi processi dello sviluppo industriale nazionale, almeno fino a
tempi recenti. Anzi, oggi si tende a sottolineare di più questo carattere in
chiave di valorizzazione, lo abbiamo fatto anche in
questo blog: rurale è bello, oggi. Avercene, di territori rurali. Ma la storia
dell'industria, se vogliamo dirla tutta, è passata anche di qui.
Continuiamo a prendere a campione Bentivoglio per vedere come la storia
degli storici si può incontrare con la storia come la percepisce la
gente - come si può incontrare anche con la voglia di storia che c'è in giro,
quella che viene ogni tanto a partire da fatti personali, da una foto di
famiglia o dalla fondamenta della casa vecchia trovata ristrutturando quella
nuova.
La cultura, come qualsiasi attività umana, ha bisogno dei suoi professionisti
(altrimenti perché mandiamo i giovani all'Università, oggi che possiamo
riempirci la casa di libri e pure scaricarceli a gratis?), la ricerca
ha le sue tecniche, le sue cautele, le sue trappole. Bentivoglio è un buon
campione delle periferie in trasformazione, c'è una tradizione: qui, tanti anni
fa, partì l'esperienza del Museo della Civiltà Contadina proprio con intenti
simili a quelli che stiamo qui sostenendo: non chiudersi nella nostalgia di un
mondo che scompare, nella ricerca della curiosità, nel localismo, ma ragionarci
su, raccogliere con metodo, accettare il dialogo scientifico, quando non
sollecitarlo. Ma pur essendo un comune piccolo, vive anche di altro, ci sono
altri interessi, culturali e non.
Limitiamoci al tema presente, la storia dell'industria negli ultimi 150
anni.
La domanda allora è: anche se nei territori rurali l'industria era poca (da
conoscere, comunque), come si manifestava in questa periferia dello
sviluppo quella industria che andava affermandosi altrove, che idea si
aveva da qui dello sviluppo industriale?
Indubbiamente l'industria era prima di tutto una prospettiva di lavoro, un
lavoro lontano da casa ma per cui poteva valer la pena di emigrare. In ogni
famiglia contadina c'era qualche parente che con l'industria aveva a che fare
più direttamente, qualche giovane che ci aveva scommesso. Chi restava, lo
sviluppo industriale lo incontrava ugualmente attraverso i prodotti: da quelli
direttamente al servizio delle attività economiche locali - le macchine
agricole, le prime automobili, i primi "prefabbricati" per l'edilizia - fino
agli oggetti di uso comune che entravano nelle case.
C'è tutta una intermediazione in questo trionfo dell'economia industriale
visto dalla periferia; su questo, mi sembra, c'è da approfondire con metodo. E'
un aspetto che è oggetto di nostalgia e magari di collezionismo, come le
vecchie insegne pubblicitarie nei mercatini dell'antiquariato; forse non è
altrettanto oggetto di indagini ampie e raccordate ai principali temi
storiografici - e raccordate al territorio. Sto dicendo di una intermediazione
che era fatta da tecnici specialisti - i meccanici, per esempio - ma anche da
commercianti curiosi e intraprendenti, e poi da "commessi viaggiatori" - chi ha
mai fatto la storia degli agenti di commercio? probabilmente sappiamo di più (o
in modo più sistematico) dello spionaggio industriale che non della
penetrazione dell'innovazione alla periferia della società italiana.
Ogni paese aveva figure più "esposte" alla innovazione dettata dalla produzione
industriale - per esempio il fotografo, oppure i primi elettricisti e
radioriparatori; intorno a queste figure si strutturava talvolta una formazione
professionale autogestita e multiforme: viaggi alla "casa madre" di cui si
aveva la rappresentanza, per esempio, oppure corsi in città per imparare a
usare uno strumento nuovo, oppure percorsi professionali impostati per i
figli.
E poi, si sa, c'è la storia degli ambulanti, dei mercati locali e delle fiere,
che sono stati fino a tempi relativamente recenti luoghi di significativa
diffusione della innovazione di prodotto, come si dice oggi.
E' vero che in questo modo scivoliamo facilmente dalla storia economica alla
storia della società, quindi cambiano i metodi d'indagine (probabilmente, ad
esempio, la statistica ci aiuta fino a un certo punto, ma ci sono invece le
storie familiari, le biografie, lo studio di singoli casi ...): sono comunque
tutti terreni familiari agli storici più giovani, e spetta a loro ricucirli a
quei fondamentali della storiografia che si sono un po' persi nella
crescente complessità e frammentazione. Certo, sarebbe bello se ogni tanto di
queste "ricuciture" ci parlassero un po', e non si limitassero a fare gli
idraulici della società della conoscenza (che poi, c'è idraulico e
idraulico).
Ho accennato all'inizio di questa serie di come si raccontava la storia ai
bambini 50 anni fa; quando siamo cresciuti, quelli di noi che avevano un
qualche interesse per la materia sono venuti su a pane e Marc Bloch. Dopo di
allora, la storia della gente senza storia ha preso quota, in varie sfumature,
trovando molteplici agganci in discipline (o meglio, aree) che erano nel
frattempo cresciute molto, come l'antropologia culturale, o che stavano vivendo
un loro travaglio per rinnovarsi, come l'archeologia, o che semplicemente, come
la letteratura, stavano lì vicino da sempre, ed erano guardate come un
soprammobile. Questa crescita non si è ancora fermata, ed anzi certe volte si
ha l'impressione di trovarsi sul bordo di una fucina di innovazione, un po'
fine a se stessa, però.
In questi anni si sono trovati anche spazi (che sarà problematico mantenere)
nelle politiche culturali di comuni piccoli e piccolissimi, con risultati
quantitativamente rilevanti ma di qualità variabile, a prezzo di una
frammentazione che anche gli addetti ai lavori faticano, mi pare, (non
voglio dire a "governare" per rispetto alle reciproche autonomie, ma anche
solo) a descrivere in una visione d'insieme. E questo è certamente un problema
non piccolo: personalmente lo metto sullo stesso piano della mancanza di
risorse, perché attiene all'efficienza nell'impiego delle scarse risorse, ossia
alle condizioni necessarie perché il sistema non giri a vuoto. Ossia in ultima
analisi, per stare al tema, alle condizioni necessarie perché l'industria
nazionale (ma pensiamo pure a quella europea) abbia alle spalle la società e la
cultura da cui scaturisce, e non sia altra cosa separata da quelle, tutta presa
dalle relazioni con la Cindia, come ieri con la Merica. In questo passaggio i
nostri amici economisti hanno certamente da dire la loro.
Un altro incontro più recente, sempre a Bentivoglio, ha voluto fare il punto sulla ricerca archivistica a livello locale, che in effetti propone continuamente temi stimolanti - compreso uno di metodo che ha un valore generale e riguarda anche quello che abbiamo detto qui, cioè il ruolo nella ricerca storica dei "non professionisti" (o diversamente professionisti), o comunque il rapporto con loro. E' un tema troppo complesso per affrontarlo in breve, lo cito solo perché è un passaggio importante, ed effettivamente attraverso le discipline archivistiche si accede al tema fondamentale della "infrastruttura" diffusa per la conservazione del patrimonio e quindi per la ricerca storica, professionale o meno. Anche qui, sarà difficile cavarsela solo con le soluzioni tecnologiche (databases o applicativi vari), che comunque serviranno. Forse la strada giusta, in prospettiva, è lavorare con gli ingegneri informatici alla produzione di modelli che possano girare su diverse piattaforme e consentire ai dati di migrare; e probabilmente, da cinesi e indiani c'è già oggi da imparare, più che insegnare. Sì, forse c'è bisogno di innovazione anche tecnologica, ma c'è anche bisogno di lavoro sul campo e soprattutto di lavoro col campo.