La domanda allora è: anche se nei territori rurali l'industria era poca (da conoscere, comunque), come si manifestava in questa periferia dello sviluppo quella industria che andava affermandosi altrove, che idea si aveva da qui dello sviluppo industriale?

Indubbiamente l'industria era prima di tutto una prospettiva di lavoro, un lavoro lontano da casa ma per cui poteva valer la pena di emigrare. In ogni famiglia contadina c'era qualche parente che con l'industria aveva a che fare più direttamente, qualche giovane che ci aveva scommesso. Chi restava, lo sviluppo industriale lo incontrava ugualmente attraverso i prodotti: da quelli direttamente al servizio delle attività economiche locali - le macchine agricole, le prime automobili, i primi "prefabbricati" per l'edilizia - fino agli oggetti di uso comune che entravano nelle case.

C'è tutta una intermediazione in questo trionfo dell'economia industriale visto dalla periferia; su questo, mi sembra, c'è da approfondire con metodo. E' un aspetto che è oggetto di nostalgia e magari di collezionismo, come le vecchie insegne pubblicitarie nei mercatini dell'antiquariato; forse non è altrettanto oggetto di indagini ampie e raccordate ai principali temi storiografici - e raccordate al territorio. Sto dicendo di una intermediazione che era fatta da tecnici specialisti - i meccanici, per esempio - ma anche da commercianti curiosi e intraprendenti, e poi da "commessi viaggiatori" - chi ha mai fatto la storia degli agenti di commercio? probabilmente sappiamo di più (o in modo più sistematico) dello spionaggio industriale che non della penetrazione dell'innovazione alla periferia della società italiana.
Ogni paese aveva figure più "esposte" alla innovazione dettata dalla produzione industriale - per esempio il fotografo, oppure i primi elettricisti e radioriparatori; intorno a queste figure si strutturava talvolta una formazione professionale autogestita e multiforme: viaggi alla "casa madre" di cui si aveva la rappresentanza, per esempio, oppure corsi in città per imparare a usare uno strumento nuovo, oppure percorsi professionali impostati per i figli.
E poi, si sa, c'è la storia degli ambulanti, dei mercati locali e delle fiere, che sono stati fino a tempi relativamente recenti luoghi di significativa diffusione della innovazione di prodotto, come si dice oggi.
E' vero che in questo modo scivoliamo facilmente dalla storia economica alla storia della società, quindi cambiano i metodi d'indagine (probabilmente, ad esempio, la statistica ci aiuta fino a un certo punto, ma ci sono invece le storie familiari, le biografie, lo studio di singoli casi ...): sono comunque tutti terreni familiari agli storici più giovani, e spetta a loro ricucirli a quei fondamentali della storiografia che si sono un po' persi nella crescente complessità e frammentazione. Certo, sarebbe bello se ogni tanto di queste "ricuciture" ci parlassero un po', e non si limitassero a fare gli idraulici della società della conoscenza (che poi, c'è idraulico e idraulico).

Ho accennato all'inizio di questa serie di come si raccontava la storia ai bambini 50 anni fa; quando siamo cresciuti, quelli di noi che avevano un qualche interesse per la materia sono venuti su a pane e Marc Bloch. Dopo di allora, la storia della gente senza storia ha preso quota, in varie sfumature, trovando molteplici agganci in discipline (o meglio, aree) che erano nel frattempo cresciute molto, come l'antropologia culturale, o che stavano vivendo un loro travaglio per rinnovarsi, come l'archeologia, o che semplicemente, come la letteratura, stavano lì vicino da sempre, ed erano guardate come un soprammobile. Questa crescita non si è ancora fermata, ed anzi certe volte si ha l'impressione di trovarsi sul bordo di una fucina di innovazione, un po' fine a se stessa, però.
In questi anni si sono trovati anche spazi (che sarà problematico mantenere) nelle politiche culturali di comuni piccoli e piccolissimi, con risultati quantitativamente rilevanti ma di qualità variabile, a prezzo di una frammentazione che anche gli addetti ai lavori faticano, mi pare, (non voglio dire a "governare" per rispetto alle reciproche autonomie, ma anche solo) a descrivere in una visione d'insieme. E questo è certamente un problema non piccolo: personalmente lo metto sullo stesso piano della mancanza di risorse, perché attiene all'efficienza nell'impiego delle scarse risorse, ossia alle condizioni necessarie perché il sistema non giri a vuoto. Ossia in ultima analisi, per stare al tema, alle condizioni necessarie perché l'industria nazionale (ma pensiamo pure a quella europea) abbia alle spalle la società e la cultura da cui scaturisce, e non sia altra cosa separata da quelle, tutta presa dalle relazioni con la Cindia, come ieri con la Merica. In questo passaggio i nostri amici economisti hanno certamente da dire la loro.

Un altro incontro più recente, sempre a Bentivoglio, ha voluto fare il punto sulla ricerca archivistica a livello locale, che in effetti propone continuamente temi stimolanti - compreso uno di metodo che ha un valore generale e riguarda anche quello che abbiamo detto qui, cioè il ruolo nella ricerca storica dei "non professionisti" (o diversamente professionisti), o comunque il rapporto con loro. E' un tema troppo complesso per affrontarlo in breve, lo cito solo perché è un passaggio importante, ed effettivamente attraverso le discipline archivistiche si accede al tema fondamentale della "infrastruttura" diffusa per la conservazione del patrimonio e quindi per la ricerca storica, professionale o meno. Anche qui, sarà difficile cavarsela solo con le soluzioni tecnologiche (databases o applicativi vari), che comunque serviranno. Forse la strada giusta, in prospettiva, è lavorare con gli ingegneri informatici alla produzione di modelli che possano girare su diverse piattaforme e consentire ai dati di migrare; e probabilmente, da cinesi e indiani c'è già oggi da imparare, più che insegnare. Sì, forse c'è bisogno di innovazione anche tecnologica, ma c'è anche bisogno di lavoro sul campo e soprattutto di lavoro col campo.