La Montecatini non c'entra niente con Montecatini Terme, uno di quei posti dove la buona borghesia è sempre andata a passare le acque. Il nome viene invece da Montecatini Val di Cecina, un paesino di quel comprensorio minerario del sud della Toscana che va dalle colline pisane alle porte di Grosseto.
Grosseto, subito dopo la guerra, è un paesone rurale al centro di una provincia tra le più grandi e meno popolate d'Italia. Un bombardamento alleato ha lasciato in città segni pesanti, non fosse altro che nelle coscienze: le bombe cadute di domenica su un luna park hanno ucciso anche dei bambini. La biblioteca comunale è sventrata, i libri che il canonico Chelli cominciò a raccogliere e poi donò alla città dopo l'Unità restano al vento ed esposti alle intemperie per molto tempo - quelli ancora interi e non portati a casa da qualcuno che magari pensava così di salvare qualcosa. Ci si mette anche l'Ombrone che va di fuori e riempie la biblioteca di fango. Il figlio della maestra Bianciardi, tornato dalla guerra ha finito di laurearsi in filosofia alla Normale di Pisa giusto per accontentare la madre, ma preferisce stare in mezzo alla gente. Trova lavoro cominciando a pulire e riordinare i libri della Chelliana, tiene a battesimo il bibliobus, un autobus modificato che porta in giro il prestito nei paesi di provincia, intanto anima il cineforum, insegna al liceo e scrive per giornali di provincia.
A Grosseto qualcuno si ricorda che abitava in quello che chiamano ancora "il palazzo dei professori", con Carlo Cassola, con cui scrive "I minatori della Maremma", uno dei più intensi resoconti della vita e del lavoro italiano degli anni Cinquanta. Che cosa succede ai minatori di Maremma, che cosa è già successo quando esce il libro, nel 1956?
A farla molto breve, è successo semplicemente che la globalizzazione di allora ha messo fuori mercato il prodotto delle miniere di Maremma, che ora si estrae più a buon mercato oltreoceano: di qui la crisi industriale e territoriale per interi paesi, i licenziamenti, la diminuzione delle attività e delle misure di sicurezza. Nel luglio del 1953 Bianciardi aveva pubblicato sull' "Avanti!" un articolo dal titolo "Si smobilita in silenzio nelle miniere di Ribolla". Neanche un anno dopo la miniera esplode, ci sono 43 morti.
Luciano Bianciardi, intellettuale inquieto, è scosso; la vita di provincia non gli basta più. Va a Milano, dove succedono le cose, preferisce fare letteralmente la fame per alcuni anni. Non è abbastanza disciplinato da mantenere un posto fisso nella nascente casa editrice Feltrinelli, si arrangia con traduzioni e qualche pezzo giornalistico. Finché, nel 1962, pubblica "La vita agra", un romanzo denso di riferimenti autobiografici (come tutta la sua opera, del resto). E' il successo, Lizzani lo chiama a collaborare alla trasposizione cinematografica del libro. Il protagonista (Ugo Tognazzi nel film) coltiva il sogno segreto di vendicare i 43 compagni morti facendo saltare in aria "il torracchione di vetro e cemento", la sede centrale della compagnia proprietaria della miniera: la Montecatini non è mai citata, ma tutti la possono riconoscere. Inutile dire che il sogno svanisce poco alla volta nella routine quotidiana del "miracolo economico" visto dal basso, descritta in pagine diventate famose.

La vicenda umana dello scrittore è stata ampiamente descritta, oggi a lavorare perché sia rispettata la sua grandezza disperata sono i figli grossetani, Ettore e Luciana, presidente della Fondazione che porta il suo nome, insieme con tanti altri. Non possiamo seguire qui questa pista, che pure è illuminante non solo per la letteratura ma per la storia della società italiana del dopoguerra.
Limitiamoci ai nostri dintorni.

Ecco, la Montecatini dei minatori di Maremma e poi del torracchione di vetro e cemento è proprio la stessa Montecatini della fabbrica di San Giorgio di Piano, poi Reagens, dove ancora quando ero bambino lavoravano molti immigrati dalla Sardegna: provenienti dalle zone minerarie, suppongo, e immagino che qualcuno di loro abbia qualcosa da raccontare. Ma non lo so per certo, e forse vale la pena di approfondire. Come forse vale la pena di approfondire il perché era venuta una industria chimica proprio qui nella pianura agricola bolognese, molti anni prima, quando la memoria delle persone non ci può più aiutare, ma il lavoro dello storico sì. Perché c'era la ferrovia, probabilmente, e allora ci sarebbe anche la storia della SIAPA a Galliera, e se vogliamo prendere la deriva territoriale possiamo anche ragionare di come il Navile cede il passo alla via Galliera / ferrovia come asse che struttura le attività produttive sul territorio; e alla scala più ampia della nuova importanza delle relazioni tra città, in particolare da noi tra Bologna e Ferrara, mentre invece il Navile resta un fatto bolognese, tutt'al più 'monumento' di una antica relazione conflittuale / commerciale tra Bologna e Venezia ormai tramontata già nel momento dell'Unità d'Italia.
E altri ragionamenti si possono fare da qui sulla storia dell'industria nei 150 anni, per esempio a partire dal paesaggio, proprio da quelle strutture tecnologiche che svettano sul paesaggio piatto della pianura. Prendendo per esempio a indiretto riferimento il lavoro che fece l'ENEL qualche anno fa sui paesaggi elettrici; da noi sono le industrie chimiche che svettano, seppure non così imponenti come a Ferrara o Marghera; oppure i luoghi dell'agroindustria, a cominciare dagli zuccherifici. E l'agroindustria, dalle riserie in poi, ha le sue specificità anche dal punto di vista della storia del lavoro, tenendo insieme organizzazione di fabbrica e stagionalità, ed attivando modalità part-time con il lavoro dei campi.
Insomma, più ci si pensa più ci si rende conto che la storia dell'industria si può fare eccome, anche dalla nostra periferia immersa in un paesaggio agrario in trasformazione che oggi facciamo fatica a interpretare. Ancora qualche esempio, nel prossimo post, con qualche conclusione.