Paesaggio rurale con industria (3/4)
By Giampaolo on Thursday 1 December 2011, 08:00 - Permalink
Qualche settimana fa chiacchieravo con un ultraottantenne di San Giorgio,
insieme ci si ricordava di un comune conoscente, mi diceva che da giovane
abitava di là dalla ferrovia, dopo la Montecatini.
Ah sì. Lo so, a San Giorgio lo sanno tutti, almeno quelli della mia età o più,
che la Reagens (tuttora una delle industrie chimiche più grosse della pianura
bolognese) un tempo si chiamava Montecatini. Fino a quando? Si dice
genericamente "fin dopo la guerra"; personalmente mi ricordo di una
gita scolastica là dentro, e si chiamava già Reagens. "Vedete bambini, qui
si fanno le cose utili, come la plastica, non toccate niente mi
raccomando". La plastica era una novità che cominciava a circolare, prima
si chiamava bachelite e si rompeva. Cominciava a entrare nelle case
contemporaneamente a quell'altra meraviglia del progresso che era la
televisione, e anche i bambini potevano vedere il Carosello di Gino Bramieri
che ammoniva: "Ma signora badi ben, che sia fatto di moplén".
La gita alla Reagens me la ricordo perché c'erano dei sacchi con delle polveri
colorate, uno di noi ci tuffò una mano dentro ricevendo un feroce cazziatone e
l'ordine perentorio di andare subito a lavarsi le mani. Eppure le cose di
plastica si potevano toccare ... mah.
Questo ricordo mi è venuto dopo, perché sul momento che ascoltavo il nonno,
fresco delle cose che mi interessano adesso, a sentir dire Montecatini mi è
venuto subito in mente il torracchione di vetro e
cemento. Vi dice niente questa espressione? Qualcuno, l'avrà
sentita dalla bocca di Ugo Tognazzi, protagonista, con Giovanna Ralli, de
"La vita agra", il romanzo (romanzo?) di Bianciardi
che Carlo Lizzani portò sul grande schermo nel 1964. Ci si può leggere dietro
un pezzo importantissimo della storia dell'industria italiana. Si incrocia con
un pezzo importantissimo della storia della letteratura, ma diciamo pure della
cultura italiana. In questi giorni sono quarant'anni che Luciano Bianciardi
è morto malamente, una specie di lento suicidio con dosi
crescenti di alcool. Ne racconto un po', rapidamente, di questa storia.
La Montecatini non c'entra niente con Montecatini Terme, uno di quei posti
dove la buona borghesia è sempre andata a passare le acque. Il nome
viene invece da Montecatini Val di Cecina, un paesino di quel comprensorio
minerario del sud della Toscana che va dalle colline pisane alle porte di
Grosseto.
Grosseto, subito dopo la guerra, è un paesone rurale al centro di una provincia
tra le più grandi e meno popolate d'Italia. Un bombardamento alleato ha
lasciato in città segni pesanti, non fosse altro che nelle coscienze: le bombe
cadute di domenica su un luna park hanno ucciso anche dei bambini. La
biblioteca comunale è sventrata, i libri che il canonico Chelli cominciò a
raccogliere e poi donò alla città dopo l'Unità restano al vento ed esposti alle
intemperie per molto tempo - quelli ancora interi e non portati a casa da
qualcuno che magari pensava così di salvare qualcosa. Ci si mette anche
l'Ombrone che va di fuori e riempie la biblioteca di fango. Il figlio della
maestra Bianciardi, tornato dalla guerra ha finito di laurearsi in filosofia
alla Normale di Pisa giusto per accontentare la madre, ma preferisce stare in
mezzo alla gente. Trova lavoro cominciando a pulire e riordinare i libri della
Chelliana, tiene a battesimo il bibliobus, un autobus modificato che porta in
giro il prestito nei paesi di provincia, intanto anima il cineforum, insegna al
liceo e scrive per giornali di provincia.
A Grosseto qualcuno si ricorda che abitava in quello che chiamano ancora "il
palazzo dei professori", con Carlo Cassola, con cui scrive "I
minatori della Maremma", uno dei più intensi resoconti della vita
e del lavoro italiano degli anni Cinquanta. Che cosa succede ai minatori di
Maremma, che cosa è già successo quando esce il libro, nel 1956?
A farla molto breve, è successo semplicemente che la globalizzazione di allora
ha messo fuori mercato il prodotto delle miniere di Maremma, che ora si estrae
più a buon mercato oltreoceano: di qui la crisi industriale e territoriale per
interi paesi, i licenziamenti, la diminuzione delle attività e delle misure di
sicurezza. Nel luglio del 1953 Bianciardi aveva pubblicato sull'
"Avanti!" un articolo dal titolo "Si smobilita in silenzio nelle
miniere di Ribolla". Neanche un anno dopo la miniera esplode, ci sono 43
morti.
Luciano Bianciardi, intellettuale inquieto, è scosso; la vita di provincia non
gli basta più. Va a Milano, dove succedono le cose, preferisce fare
letteralmente la fame per alcuni anni. Non è abbastanza disciplinato da
mantenere un posto fisso nella nascente casa editrice Feltrinelli, si arrangia
con traduzioni e qualche pezzo giornalistico. Finché, nel 1962, pubblica
"La vita agra", un romanzo denso di riferimenti
autobiografici (come tutta la sua opera, del resto). E' il successo, Lizzani lo
chiama a collaborare alla trasposizione cinematografica del libro. Il
protagonista (Ugo Tognazzi nel film) coltiva il sogno segreto di vendicare i 43
compagni morti facendo saltare in aria "il torracchione di vetro e
cemento", la sede centrale della compagnia proprietaria della miniera: la
Montecatini non è mai citata, ma tutti la possono riconoscere. Inutile dire che
il sogno svanisce poco alla volta nella routine quotidiana del "miracolo
economico" visto dal basso, descritta in pagine diventate
famose.
La vicenda umana dello scrittore è stata ampiamente descritta, oggi a
lavorare perché sia rispettata la sua grandezza disperata sono i figli
grossetani, Ettore e Luciana, presidente della Fondazione che porta il
suo nome, insieme con tanti altri. Non possiamo seguire qui questa pista, che
pure è illuminante non solo per la letteratura ma per la storia della società
italiana del dopoguerra.
Limitiamoci ai nostri dintorni.
Ecco, la Montecatini dei minatori di Maremma e poi del torracchione di vetro
e cemento è proprio la stessa Montecatini della fabbrica di San Giorgio di
Piano, poi Reagens, dove ancora quando ero bambino lavoravano molti immigrati
dalla Sardegna: provenienti dalle zone minerarie, suppongo, e immagino che
qualcuno di loro abbia qualcosa da raccontare. Ma non lo so per certo, e forse
vale la pena di approfondire. Come forse vale la pena di approfondire il perché
era venuta una industria chimica proprio qui nella pianura agricola bolognese,
molti anni prima, quando la memoria delle persone non ci può più aiutare, ma il
lavoro dello storico sì. Perché c'era la ferrovia, probabilmente, e allora ci
sarebbe anche la storia della SIAPA a Galliera, e se vogliamo prendere la
deriva territoriale possiamo anche ragionare di come il Navile cede il passo
alla via Galliera / ferrovia come asse che struttura le attività produttive sul
territorio; e alla scala più ampia della nuova importanza delle relazioni tra
città, in particolare da noi tra Bologna e Ferrara, mentre invece il Navile
resta un fatto bolognese, tutt'al più 'monumento' di una antica relazione
conflittuale / commerciale tra Bologna e Venezia ormai tramontata già nel
momento dell'Unità d'Italia.
E altri ragionamenti si possono fare da qui sulla storia dell'industria nei 150
anni, per esempio a partire dal paesaggio, proprio da quelle strutture
tecnologiche che svettano sul paesaggio piatto della pianura. Prendendo per
esempio a indiretto riferimento il lavoro che fece l'ENEL qualche anno fa sui
paesaggi elettrici; da noi sono le industrie chimiche che svettano,
seppure non così imponenti come a Ferrara o Marghera; oppure i luoghi
dell'agroindustria, a cominciare dagli zuccherifici. E l'agroindustria, dalle
riserie in poi, ha le sue specificità anche dal punto di vista della storia del
lavoro, tenendo insieme organizzazione di fabbrica e stagionalità, ed attivando
modalità part-time con il lavoro dei campi.
Insomma, più ci si pensa più ci si rende conto che la storia dell'industria si
può fare eccome, anche dalla nostra periferia immersa in un paesaggio agrario
in trasformazione che oggi facciamo fatica a interpretare. Ancora qualche
esempio, nel prossimo post, con qualche conclusione.