La Storia dell'Industria a Bentivoglio (2/4)
By Giampaolo on Wednesday 30 November 2011, 08:00 - Permalink
A dire il vero, di storia dell'industria nell'incontro di Bentivoglio si è parlato poco - non so, forse perché il tema era già stato 'incorporato' per così dire negli altri incontri della serie. Si è parlato molto, invece, dei problemi dell'industria di oggi, ovvero, banalizzo, di come vendere le piastrelle di Fiorano ai cinesi che sono tanti e faranno tante case nuove in futuro (magari potessimo regalargli un po' del nostro sprawl !). E si è parlato poi di innovazione, di tecnopoli, di tecnologie avanzate, tutte cose sacrosante, che ho seguito con attenzione per un paio di decenni, e mi è pure tornata in mente una delle mie ultime esperienze da studente, diciamo così, (dopo - pochi anni fa, peraltro) presso la sede di Bruxelles della Regione Toscana, quando a una funzionaria della Commissione che ci spiegava come pensavano di finanziare l'innovazione obiettai (ricevendone consenso, devo dire) che l'innovazione vera non sempre corrisponde all'immagine corrente tutta tecnologia e laboratori; ci vogliono anche quelli, ma l'innovazione si annida talvolta più terra terra, in processi (e fin qui lo sanno tutti), ma anche in relazioni, in comportamenti, nasce talvolta in mezzo alla gente, analogamente alle buone pratiche, che proprio loro (gli eurocrati) ci hanno insegnato a chiamare così.
Per tornare alla serata di Bentivoglio, questo glissare sulla storia "lunga"
(150 anni non saranno la lunga durata di Braudel, ma sono comunque una
buona palestra per fare storia come si deve) mi ha fatto pensare che
forse c'è veramente un problema, quello dell'unità dell'oggetto di
indagine.
Ovvero, si potrebbe sostenere (non dico che questo fosse il retropensiero dei
relatori, ma è certamente un problema e una difficoltà in più per chi vuol fare
questa storia oggi) si potrebbe sostenere che l'industria di oggi, con
l'elettronica, poi l'informatica, i satelliti, Internet e via dicendo, è
qualcosa di troppo diverso dall'industria degli anni dell'Unità d'Italia, non
stiamo più parlando della stessa cosa. Difficile riferirsi a una data precisa
come cesura, ma diciamo che le cose sono molto cambiate negli ultimi 30-40
anni; che poi per me vuol dire da quando a Firenze andavo a vedere se potevo
infilare le lezioni di Giorgio Mori nel mio piano di studi: troppa acqua è
passata sotto i ponti da allora, mi si potrebbe dire, il mondo non è più
quello, oggi c'è la globalizzazione.
Oddio, quanto a quella mi ricordo di aver letto di un contemporaneo del giovane
Keynes (non ritrovo la citazione esatta, ma credo di salvaguardarne il senso);
all'inizio del secolo scorso costui diceva pressapoco "Al giorno d'oggi un
londinese apre il giornale alla mattina, legge di come vanno le cose in India,
e sulla base di quello può andare in Borsa a vendere e comprare grano"; mi
immagino che se non fosse stato londinese (magari era proprio Lord Keynes
giovane), avrebbe aggiunto: "Pensa te che fatto mondo!". Voglio dire
che sulla globalizzazione odierna come cesura si può discutere, c'è chi la
tratta come un déja-vu, fatte le debite proporzioni.
L'argomento della discontinuità potrebbe invece avere una corrispondenza al
livello territoriale, nei nostri comuni: in fin dei conti, a Bentivoglio, per
fare un esempio, si comincia a parlare di industria quando arriva la Marposs,
appunto una trentina d'anni fa, pressapoco. Anzi, fino ad allora Bentivoglio è
proprio un caso-limite di una partita economica che si è giocata interamente
tra agricoltura e servizi: i flussi finanziari generati dalla tenuta Pizzardi
sono andati a costruire l'eccellenza della sanità bolognese, l'industria
apparentemente c'entra poco.
Tutto vero, ma non sono troppo convinto di una impostazione dismissiva della
possibilità di fare qui da noi una storia dell'industria moderna, che arrivi
fino ai nostri giorni - impostazione che ripeto, non attribuisco tout-court ai
relatori. Non lo sono sia per ragioni diciamo così teoriche (la storia del
territorio è sempre e comunque una storia di relazioni tra vecchio e nuovo,
anche di permanenze, ecc.), sia per ragioni specifiche. Prendiamo pure il caso
di Carlo Alberto Pizzardi imprenditore agricolo: sì, ma i soldi per comprare il
Bentivoglio chi glieli aveva dati? il babbo, che come li aveva fatti? anche con
l'industria, con alcuni episodi tra i più significativi del suo tempo - che si
stanno indagando, mi dicono, con corretto metodo storico e ricerca d'archivio,
che è cosa buona e giusta, ma non ci deve far trascurare che in storia
economica, scusate l'approssimazione di chi non è del mestiere, quando abbiamo
spiegato da dove sono venuti i soldi e come sono stati impiegati siamo già in
là un pezzo, ma dobbiamo spiegarlo. E mi pare che una antica tradizione di
storiografia economica bolognese sia lì a dircelo.
Continuo, come ho fatto altre volte in questo blog, a mettermi nei panni dello spettatore, del fruitore di politiche culturali, solo aiutato da qualche tangenziale ricordo personale, perché lo ritengo utile a far emergere questioni "applicative" per così dire: ovvero per cercare di fare in modo che il territorio (la periferia rurale, nel nostro caso), possa partecipare alla evoluzione della attuale "società della conoscenza" - e partecipare attivamente, avendo da dire la sua, con un suo proprio contributo. Nel caso della storia dell'industria questo mi sembra possibile, e vado a fare un esempio collocato a meno di quattro chilometri dal castello di Bentivoglio.