100italia240.jpg Avere quasi sessant'anni ti permette di ricordarti dell'altra volta che fu celebrata l'Unità d'Italia, era il 1961, le celebrazioni avevano per slogan "Cent'anni d'Italia" ed erano improntate a una sorta di italica grandeur. Mi ricordo che i giornali che mio padre portava a casa parlavano di "Italia 61", una grande mostra a Torino in un palazzo nuovo che dicevano bellissimo. Le foto mostravano un grande atrio in cui da enormi colonne di cemento si dipartivano a raggiera le travi del soffitto; si poteva leggere che il progettista era il famoso Pier Luigi Nervi, che anche i profani ormai conoscevano per gli impianti dell'Olimpiade di Roma dell'anno prima: la archistar più splendente, diremmo oggi. In realtà scopro ora che l'esposizione era dedicata al lavoro, ma ogni tempo ha il suo particolare equilibrio tra retorica e riflessione, ed evidentemente la prima mi è restata in memoria di più.

Non mi ricordo le cerimonie ufficiali - del resto la prima televisione entrò in casa mia proprio quell'anno e tutto era una scoperta. Sui giornalini per bambini la storia era ancora quella di condottieri ed eroi: c'erano le figurine dei soldatini delle guerre d'indipendenza da incollare su cartoncino e ritagliare, sapevamo tutto delle principali battaglie, e da allora mi si sono stampati in mente nomi come Cialdini, Mac Mahon, Manfredo Fanti: i generali, cioè. A qualcuno dei più grandi a scuola regalavano il libretto qui sopra (un avvenimento, ché nelle case di libri non ce n'erano tanti): una antologia di scritti dall'età delle riforme all'Unità, con in Appendice lo Statuto albertino e la Costituzione della Repubblica Italiana.

Quest'anno le celebrazioni del 150° non sono ancora concluse - del resto, dopo il 1861 sono venuti i primi passi dello Stato unitario, che dal punto di vista storico non sono meno interessanti. C'è qualcosa che interessa anche gli argomenti di questo blog. Prendo spunto, per i prossimi post, da uno degli incontri tenuti nei comuni dell'Unione Reno Galliera (a Bentivoglio, dove si parlava di Industria) perché mi ha smosso qualche considerazione su come è cambiato il modo di fare storia del territorio in questi ultimi 50 anni, e come potrebbe cambiare ancora.
(segue)