L'oasi che verrà (6/6)
By Giampaolo on Saturday 22 October 2011, 08:00 - Permalink
Il perché dell'oasi, cioè la sua potenzialità di tutela e promozione
ambientale, è ancora oggi ben sintetizzato nell'intestazione di uno dei
pannelli sul posto:
"La natura torna in campagna". Perché questo sia possibile,
bisogna continuare a interrogarsi su entrambi i termini: chiedersi
anche cos'è stata, cioè cos'è, la campagna.
Ha ragione il professor Carandini (nella lectio magistralis di
apertura di Archeopolis, un mese fa al Teatro Comunale di Bologna): perché
dobbiamo studiare la storia?; perché dobbiamo chiederci cosa succedeva qui da
noi e non solo accontentarci di sentir raccontare le gesta di santi ed eroi?;
perché dobbiamo scavare, smontando alla rovescia gli strati che il tempo ha
accumulato?
Perché ci serve a conoscere meglio noi stessi. Vale sempre, ma
specialmente in tempi di crisi la ritengo una lezione più utile di chi ci
spinge a far ripartire i consumi per uscirne, o a considerare
l'innovazione come inventarsi qualcosa di nuovo, magari da buttare via
dopodomani.
Tutelare, questa è innovazione, oggi. E conservare traccia del
lavoro, di quello manuale e fisicamente faticoso del passato, come di quello
dei progetti e progettini strappati alle strette dei bilanci, perchè è
lavoro; bisogna fare in modo che le acquisizioni di oggi possano
essere utilizzate e rilette domani. E allora diciamo anche che investire in
cultura (compreso il tempo dei volontari) non può essere inteso come un
business da cui aspettarsi ritorni nel breve periodo: che poi secondo me questa
è la causa ultima della crisi, ma non è questa la sede per approfondire.
Non può che fare piacere vedere l'attenzione e l'impegno che le istituzioni
ultimamente dedicano al fenomeno turistico, anche con una
comunicazione di qualità, sia pure con qualche duplicazione. Se vogliamo, il limite inevitabile
è che portali come questi supportano una promozione "a pioggia": è abbastanza
ovvio, ogni comune ha qualcosa di importante da far vedere. Continuo a pensare
che l'asse del Navile, per motivi storici non meno che naturali abbia qualcosa
che giustifica un progetto territoriale speciale non effimero, chiamatelo Parco
o come volete.
Oltre a natura e storia ci può essere anche dell'altro. Per esempio la prima
volta che sentii parlare di parco letterario (intorno al luogo di
residenza, o al luogo descritto, da famosi scrittori o poeti) lo percepii come
il frutto di una visione estetizzante, una minaccia al rigore scientifico del
discorso naturalistico. Salvo accorgermi poi che può avere un senso,
specialmente là dove una promozione turistica esasperata rischia di prevaricare
le ragioni stesse per cui si fa turismo (correte qui, correte là ...). Il
concetto di parco letterario è associato alla lentezza. Ci si può
forse avvicinare anche nelle nostre zone battute dai "Narratori
delle pianure" diventati famosi a partire dal libro di Celati in
poi. Non è incompatibile con usi intelligenti delle aree protette, come i
trekking in cui alternare le camminate alle osservazioni e alle letture; non è
sbagliato andare a piedi o in bicicletta e rallentare per capire come è
maturata la nostra sensibilità, negli anni e tra le generazioni. Non a caso uno
dei promotori del concetto di parco letterario è stato Stanislao Nievo, uno dei
fondatori del WWF Italia, una organizzazione che qualche merito nel guardare
lontano ce l'ha.
Sto rischiando, è vero, di mettere troppa carne al fuoco, e di guardare
troppo lontano, in fin dei conti il problema da cui sono partito, e di
cui si continua a discutere da queste parti, è chi fa che cosa
tra Bentivoglio, La Rizza ed il Casone del Partigiano. Non voglio minimizzare,
ma credo che da questo con un po' di buona volontà e collaborazione se ne esca,
anche il "degrado" dell'oasi mi sembra molto relativo e rimediabile.
Ultimamente, un altro degrado mi preoccupa di più. La crisi è crisi e si
ripercuote anche nei comportamenti quotidiani, nelle piccole cose.
Io non lo so, come sarà il mondo che verrà. Certo, dopo quello che abbiamo
visto negli anni più recenti, ci vuole un fisico bestiale per pensare in
positivo. Però, fatte le debite proporzioni, son già successe altre volte
situazioni del genere. Per esempio, mi ricordo di quasi vent'anni fa.
Allora furono le immagini conclusive di una serie di trasmissioni televisive
che mi convinsero: le case bombardate, paesi e città distrutte, l'Italia che
era uscita lacerata dal fascismo e dalla guerra, e il professor Prodi che
commentava: se ce l'hanno fatta i nostri padri in quella situazione, perché non
dovremmo farcela anche noi?
"Certamente i nostri padri ... hanno vinto soprattutto con il duro
lavoro: non riesco a dimenticare che metà delle case dei nostri paesi sono
state costruite o alla sera, o al sabato e alla domenica, da chi usciva dal
lavoro di fabbrica. Credo che il duro lavoro continui ad essere importante, ma
non è più sufficiente ..."
(Il tempo delle scelte, 1992)
Non proprio tutte le ricette dell'economista industriale mi convincevano
completamente, ma quei ragionamenti del professore mi bastarono. A me fa un
enorme piacere sentire oggi che il professor Prodi si è accorto che si è un po'
esagerato. Anche se non ho mai imparato a cantare in coro, di nuovo
apprezzo la lezione dell'economista, ma ancora di più la cornice del
ragionamento:
... Tuttavia, sono ancora più importanti le virtù civili ... il cervello
e la solidarietà.
Ecco, appunto, le virtù civili. C'è bisogno di aggiungere altro?