Non può che fare piacere vedere l'attenzione e l'impegno che le istituzioni ultimamente dedicano al fenomeno turistico, anche con una comunicazione di qualità, sia pure con qualche duplicazione. Se vogliamo, il limite inevitabile è che portali come questi supportano una promozione "a pioggia": è abbastanza ovvio, ogni comune ha qualcosa di importante da far vedere. Continuo a pensare che l'asse del Navile, per motivi storici non meno che naturali abbia qualcosa che giustifica un progetto territoriale speciale non effimero, chiamatelo Parco o come volete.
Oltre a natura e storia ci può essere anche dell'altro. Per esempio la prima volta che sentii parlare di parco letterario (intorno al luogo di residenza, o al luogo descritto, da famosi scrittori o poeti) lo percepii come il frutto di una visione estetizzante, una minaccia al rigore scientifico del discorso naturalistico. Salvo accorgermi poi che può avere un senso, specialmente là dove una promozione turistica esasperata rischia di prevaricare le ragioni stesse per cui si fa turismo (correte qui, correte là ...). Il concetto di parco letterario è associato alla lentezza. Ci si può forse avvicinare anche nelle nostre zone battute dai "Narratori delle pianure" diventati famosi a partire dal libro di Celati in poi. Non è incompatibile con usi intelligenti delle aree protette, come i trekking in cui alternare le camminate alle osservazioni e alle letture; non è sbagliato andare a piedi o in bicicletta e rallentare per capire come è maturata la nostra sensibilità, negli anni e tra le generazioni. Non a caso uno dei promotori del concetto di parco letterario è stato Stanislao Nievo, uno dei fondatori del WWF Italia, una organizzazione che qualche merito nel guardare lontano ce l'ha.

Sto rischiando, è vero, di mettere troppa carne al fuoco, e di guardare troppo lontano, in fin dei conti il problema da cui sono partito, e di cui si continua a discutere da queste parti, è chi fa che cosa tra Bentivoglio, La Rizza ed il Casone del Partigiano. Non voglio minimizzare, ma credo che da questo con un po' di buona volontà e collaborazione se ne esca, anche il "degrado" dell'oasi mi sembra molto relativo e rimediabile.

Ultimamente, un altro degrado mi preoccupa di più. La crisi è crisi e si ripercuote anche nei comportamenti quotidiani, nelle piccole cose.
Io non lo so, come sarà il mondo che verrà. Certo, dopo quello che abbiamo visto negli anni più recenti, ci vuole un fisico bestiale per pensare in positivo. Però, fatte le debite proporzioni, son già successe altre volte situazioni del genere. Per esempio, mi ricordo di quasi vent'anni fa.
Allora furono le immagini conclusive di una serie di trasmissioni televisive che mi convinsero: le case bombardate, paesi e città distrutte, l'Italia che era uscita lacerata dal fascismo e dalla guerra, e il professor Prodi che commentava: se ce l'hanno fatta i nostri padri in quella situazione, perché non dovremmo farcela anche noi?

"Certamente i nostri padri ... hanno vinto soprattutto con il duro lavoro: non riesco a dimenticare che metà delle case dei nostri paesi sono state costruite o alla sera, o al sabato e alla domenica, da chi usciva dal lavoro di fabbrica. Credo che il duro lavoro continui ad essere importante, ma non è più sufficiente ..."
(Il tempo delle scelte, 1992)

Non proprio tutte le ricette dell'economista industriale mi convincevano completamente, ma quei ragionamenti del professore mi bastarono. A me fa un enorme piacere sentire oggi che il professor Prodi si è accorto che si è un po' esagerato. Anche se non ho mai imparato a cantare in coro, di nuovo apprezzo la lezione dell'economista, ma ancora di più la cornice del ragionamento:

... Tuttavia, sono ancora più importanti le virtù civili ... il cervello e la solidarietà.

Ecco, appunto, le virtù civili. C'è bisogno di aggiungere altro?