E' nientemeno che Cosimo Ridolfi a inviare questa corrispondenza al Giornale Agrario Toscano dalla sua tenuta di Meleto, il 25 giugno 1833. Nel commentare la relazione del giovane sperimentatore, aggiunge:
Da queste cose contenute nella lettera del Viti vi sarà facile rilevare che le foglie della Maclura, per quanto possano nutrire il filugello, pure non vagliono a fargli preparare i materiali sericei che gli occorrono per filare il suo bozzolo, e non bastano, comunque egli viva prosperamente con esse la vita di larva, a darli forza di mutarsi in grisalide per divenir quindi farfalla, e fatto insetto perfetto, provvedere alla propria riproduzione. Forse i giornali che annunziarono poter la Maclura sostituirsi al gelso comune, si appoggiarono alla sola prova di veder vivere e crescere i bachi che di lei si nutrivano senza aspettare la fine dell'esperienza o protrarla fino al punto occorrente ... Mi è parso il fatto interessante e curioso in sè stesso ed utile ad un tempo a renderci cauti nell'accettare dai giornali stranieri alcune novità, col ripeter le quali con troppa fretta spesso si giunge a divulgar l'errore, laddove si cerca di diffondere la verità.

Qualche pianta di Maclura aurantiaca, o Maclura pomifera, come si preferisce chiamarla oggi, si vede anche dalle nostre parti, come quella accanto alla Mezzacasa e un'altra sul bordo del macero poco distante. Queste foto sono del 9 dicembre scorso ma ancora in questi giorni sull'albero resiste, ormai secco, qualcuno dei caratteristici "frutti" grossi come arance (in realtà infruttescenze, come le more, ma non commestibili).
E' una pianta che da noi ha una storia molto precisa: di origine americana, ben nota agli indigeni e in particolare alla tribù degli Osangi (tanto che lo si trova descritto anche come Moro degli Osangi o Arancio degli Osangi), arrivò in Europa nel 1818 e in Italia nel 1827, poco dopo che il naturalista anglo-americano Thomas Nuttall lo aveva descritto e inserito nella moderna sistematica dandogli il nome del suo amico geologo e filantropo William Maclure. La sperimentazione agronomica era allora piuttosto vivace, la sericoltura abbastanza diffusa (anche in campagna da noi, sebbene fossero passati i tempi in cui la seta aveva fatto la fortuna di Bologna), i rischi di infezione dei gelsi consigliavano di valutare comunque le alternative per l'alimentazione dei bachi, come riconosceva anche Cosimo Ridolfi, salvo condurre le esperienze col giusto metodo scientifico, e poi discuterle, farle circolare: per questo, con Lambruschini, Lapo de'Ricci e Viesseux aveva fondato nel 1827 il Giornale Agrario Toscano; per questo, nella sua tenuta di Meleto, dal 1834 cominciò a tenere corsi che divennero il prototipo della cattedra di Agraria presso la Facoltà di Scienze Naturali di Pisa, e poi di quella che si può considerare la prima facoltà di Agraria in territorio italiano. Ed ancora, dal 1842 e fino alla morte nel 1865 Ridolfi tenne la presidenza dell'Accademia dei Georgofili, un'altra istituzione in cui a dibattere questioni scientifiche e di economia agraria si ritrovavano molti dei protagonisti della vita civile e politica del Granducato di Toscana e poi dell'Italia unita.

Per ora annotiamoci soltanto che ci sono tracce di questa storia anche nel micropaesaggio vicino a casa nostra. Ma avrete già capito quale peso aveva la conoscenza della natura per le classi dirigenti che fecero l'Unità d'Italia. E vi possiamo anticipare che in quei primi decenni dell'Ottocento perfino il giovane Bettino Ricasoli, il "barone di ferro" che successe a Cavour nella carica di primo ministro del nuovo Regno d'Italia, si dedicava alla sua collezione ornitologica, che donò poi alla Accademia dei Fisiocritici di Siena dove divenne il nucleo delle attuali esposizioni.