Maclura
By Giampaolo on Saturday 29 January 2011, 20:30 - Permalink
Io vi comunico la lettera della
persona da me incaricata di dirigere quest'anno la mia bigattiera di Bibbiani,
essendo essa relativa a un esperimento tentato per cimentare l'asserzione di
non so qual giornale, il quale proponeva la foglia di Maclura Aurantiaca
come succedaneo a quella del gelso. Io dubitava, per vero dire, dell'utile
di tal sostituzione, atteso che le spine robuste della Maclura mi
pareano un forte ostacolo alla brucatura della sua foglia, ma pure considerando
la probabilità che vi era di veder quest'albero della famiglia stessa del gelso
riuscire ad allevare i filugelli, la sua facilità a crescere così a siepe come
isolato, l'abbondanza della sua foglia, l'idoneità sua a prosperare anche nei
luoghi più aridi, e finalmente il vantaggio che ci è sempre nel moltiplicare i
mezzi per riuscire nel medesimo intento, mi decisi alla prova e la commessi al
giovane Stefano Viti allievo del Vanni, del quale il Giornale Agrario ha
pubblicato altre volte delle osservazioni intorno alla produzione dei
bozzoli.
E' nientemeno che Cosimo Ridolfi a inviare questa corrispondenza al Giornale
Agrario Toscano dalla sua tenuta di Meleto, il 25 giugno 1833. Nel commentare
la relazione del giovane sperimentatore, aggiunge:
Da queste cose contenute nella lettera del Viti vi sarà facile rilevare che
le foglie della Maclura, per quanto possano nutrire il filugello, pure non
vagliono a fargli preparare i materiali sericei che gli occorrono per filare il
suo bozzolo, e non bastano, comunque egli viva prosperamente con esse la vita
di larva, a darli forza di mutarsi in grisalide per divenir quindi farfalla, e
fatto insetto perfetto, provvedere alla propria riproduzione. Forse i giornali
che annunziarono poter la Maclura sostituirsi al gelso comune, si appoggiarono
alla sola prova di veder vivere e crescere i bachi che di lei si nutrivano
senza aspettare la fine dell'esperienza o protrarla fino al punto
occorrente ... Mi è parso il fatto interessante e curioso in sè stesso
ed utile ad un tempo a renderci cauti nell'accettare dai giornali stranieri
alcune novità, col ripeter le quali con troppa fretta spesso si giunge a
divulgar l'errore, laddove si cerca di diffondere la verità.
Qualche pianta di Maclura aurantiaca, o Maclura pomifera,
come si preferisce chiamarla oggi, si vede anche dalle nostre parti, come
quella accanto alla Mezzacasa e un'altra sul bordo del macero poco distante.
Queste foto sono del 9 dicembre scorso ma ancora in questi giorni sull'albero
resiste, ormai secco, qualcuno dei caratteristici "frutti" grossi come
arance (in realtà infruttescenze, come le more, ma non commestibili).
E' una pianta che da noi ha una storia molto precisa: di origine americana, ben
nota agli indigeni e in particolare alla tribù degli Osangi (tanto che lo si
trova descritto anche come Moro degli Osangi o Arancio degli
Osangi), arrivò in Europa nel 1818 e in Italia nel 1827, poco dopo che il
naturalista anglo-americano Thomas Nuttall lo aveva descritto e inserito nella
moderna sistematica dandogli il nome del suo amico geologo e filantropo William
Maclure. La sperimentazione agronomica era allora piuttosto vivace, la
sericoltura abbastanza diffusa (anche in campagna da noi, sebbene fossero
passati i tempi in cui la seta aveva fatto la fortuna di Bologna), i rischi di
infezione dei gelsi consigliavano di valutare comunque le alternative per
l'alimentazione dei bachi, come riconosceva anche Cosimo Ridolfi, salvo
condurre le esperienze col giusto metodo scientifico, e poi discuterle, farle
circolare: per questo, con Lambruschini, Lapo de'Ricci e Viesseux aveva fondato
nel 1827 il Giornale
Agrario Toscano; per questo, nella sua tenuta di Meleto, dal 1834 cominciò
a tenere corsi che divennero il prototipo della cattedra di Agraria presso la
Facoltà di Scienze Naturali di Pisa, e poi di quella che si può considerare
la prima
facoltà di Agraria in territorio italiano. Ed ancora, dal 1842 e fino alla
morte nel 1865 Ridolfi tenne la presidenza dell'Accademia dei Georgofili,
un'altra istituzione in cui a dibattere questioni scientifiche e di economia
agraria si ritrovavano molti dei protagonisti della vita civile e politica del
Granducato di Toscana e poi dell'Italia unita.
Per ora annotiamoci soltanto che ci sono tracce di questa storia anche nel micropaesaggio vicino a casa nostra. Ma avrete già capito quale peso aveva la conoscenza della natura per le classi dirigenti che fecero l'Unità d'Italia. E vi possiamo anticipare che in quei primi decenni dell'Ottocento perfino il giovane Bettino Ricasoli, il "barone di ferro" che successe a Cavour nella carica di primo ministro del nuovo Regno d'Italia, si dedicava alla sua collezione ornitologica, che donò poi alla Accademia dei Fisiocritici di Siena dove divenne il nucleo delle attuali esposizioni.