Gli architetti sono sempre esistiti, le facoltà di Architettura no, sono nate da una ibridazione di inizio Novecento tra Scuole Politecniche e Accademie di Belle Arti, che negli anni Settanta si percepiva ancora nell'ordinamento degli studi, poco mutato nonostante i tempi moderni. Da poco ci si era svincolati dal "2+3", che però caratterizzava ancora la distribuzione delle sedi della facoltà fiorentina: a Piazza Brunelleschi c'era "il Biennio", mentre all'angolo tra Piazza San Marco e Via Ricasoli, a muro con la tribuna del David di Michelangelo, c'era "il Triennio", condiviso appunto con l'Accademia, come ci ricordavano i polverosi calchi in gesso di statue. C'era poi la sede che per molti di noi diventò la più frequentata, quella di Palazzo San Clemente, nella via intitolata a Pier Antonio Micheli, il botanico del Settecento di cui nel vicino Giardino dei Semplici si diceva sopravvivesse ancora un albero da lui piantato.
Le Facoltà di Architettura all'inizio degli anni Settanta erano il crocevia di molti fermenti e tensioni culturali, come scoprimmo subito. Una delle prime sere, uscendo da San Clemente dopo un intenso e turbolento pomeriggio e incamminandoci verso Piazza San Marco, ci meravigliammo nel vedere una persona non più giovane discutere animatamente in strada con alcuni studenti: un omino piccino, con gli occhiali dalle spesse lenti, vestito dimessamente, dall'accento inconfondibilmente fiorentino. Personalmente sul momento pensai a uno di quei pensionati accidiosi insofferenti degli studenti e della gioventù in genere, poi mi meravigliai del fatto che i suoi interlocutori insolitamente rispettosi erano proprio i leader studenteschi, quelli che più si erano accalorati nelle discussioni del pomeriggio; più ancora mi meravigliai quando nell'andar via sentii uno di loro commentare a bassa voce: Però ... certo che La Pira è sempre un bel personaggio ...
La facoltà di Architettura di Firenze appariva allora, specialmente a noi che venivamo da fuori, sconvolta da due avvenimenti: uno era ovviamente il Sessantotto, come dappertutto, ma lì lo slogan l'immaginazione al potere si era manifestato in un campionario di graffiti mai più rivisto dopo di allora, un vero museo open air da far impallidire Biennali e Triennali di arte contemporanea, troppo presto coperto da una mano di vernice, anche sui tavoli da disegno; l'altro evento era stato il fugace passaggio del giovane professor Umberto Eco, di ritorno da San Paolo del Brasile, i cui studi sulla semiologia come scienza generale dei segni avevano permeato buona parte dei corsi, almeno quelli dei primi anni: scoprivamo di essere tutti destinati alla produzione di segni iconici. Così, austeri progettisti di dignitose sedi bancarie si sentivano in dovere di spiegarci quella modellizzazione dei rapporti tra segno, significante e significato che va sotto il nome di triangolo di Ogden e Richards; non capivamo molto bene, e siccome eravamo curiosi di ogni novità, che passavamo in rassegna sui banconi della cooperativa libraria Clusf di via San Gallo, ci precipitammo a sfogliare il numero uno di una nuova rivista: "VS" (Versus): salvo scoprire con delusione che il modello su cui avevamo speso un po' di tempo veniva demolito fin dalle prime righe dal professor Eco. Sarà per quello che quando sui banconi comparve il primo numero di un'altra rivista, con un titolo un po' strano seppur vicino ai nostri studi: "Archeologia medievale" (ma l'archeologia non era un'altra cosa?), ci venne da rimandarla a tempi migliori: che tuttavia molto tempo dopo sono venuti, se non altro con personale soddisfazione.
L'eco di Eco si avvertiva perfino nei corsi di Storia dell'Architettura tenuti da quello spirito ipercritico che era il professor Giovanni Klaus Koenig, che aveva appena scritto un libro su Architettura e comunicazione: a dispetto delle sue origini teutoniche era un toscanaccio irriverente e un po' pettegolo, che però in materia di architettura contemporanea la sapeva lunga, e sapeva anche come intrattenere platee di studenti, non senza qualche compiacimento goliardico, come quando nelle lezioni sulla storia del design ferroviario si soffermava su uno dei progettisti di treni di inizio Novecento, il generale Favagrossa: e allora, a Firenze si rideva.
Altre lezioni-spettacolo, di tutt'altra natura, erano, sembra incredibile, quelle di Analisi matematica: forse in omaggio alla tradizione scientifica della facoltà, di cui il primo preside del dopoguerra era stato l'insigne astronomo Giorgio Abetti (il maestro di Margherita Hack), nel corpo docente c'era un matematico eccezionale, Piero Mangani, che aveva anche eccezionali capacità di spiegazione (bisognava far capire limiti e derivate non solo a noi che venivamo dal liceo scientifico, ma perfino a chi veniva dal liceo artistico e odiava sinceramente la matematica); le sue lezioni erano addirittura tenute in un cinema, il Goses di Via degli Alfani, perché eravamo tanti e non c'erano abbastanza aule: sull'università italiana si era riversata la generazione del baby boom del dopoguerra, e poi della scuola media unica, e le facoltà di Architettura (ce n'erano solo sette in tutta Italia) erano quelle che sembravano offrire le migliori prospettive; per quella di Firenze si parlava allora di oltre cinquemila iscritti, ma ci dicono che sono stati fin quasi il doppio. Alla lezione inaugurale del nostro primo anno di corso, in un'aula magna talmente gremita che era quasi impossibile sentire, il professor Carlo Lucci aveva citato la famosa frase tardo-ottocentesca di William Morris, come allora andava di moda:
Il mio concetto di architettura abbraccia l'intero ambiente della vita umana; non possiamo sottrarci all'architettura, finché facciamo parte della civiltà, poiché essa rappresenta l'insieme delle modifiche e delle alterazioni operate sulla superficie terrestre, in vista delle necessità umane, eccettuato il puro deserto...
chiosando che l'architetto praticamente può occuparsi di tutto, sol che lo voglia: musica per le orecchie di quelli che l'avevano scelta non per una vocazione particolare ma perché sembrava offrire il massimo di opportunità in quel momento storico. Naturalmente c'era l'altra faccia della medaglia, come le lezioni al cinema o nell' Aula Corridoio del Biennio: che era effettivamente tale, con tanto di gente che passava. D'altra parte, in quegli anni a causa della crescente domanda di servizi indotta da demografia e modernizzazione c'era ben di peggio, negli ospedali poteva capitare di partorire in corsia.
L'incremento della domanda aveva movimentato anche i giovani docenti, che portavano dalle facoltà di altre città contenuti nuovi in scatole vecchie quali erano gli insegnamenti previsti dall'annoso ordinamento degli studi, in particolare nella parte di derivazione Beaux Arts che in quegli anni non interessava a nessuno. Così Adolfo Natalini, che non era ancora uno dei migliori architetti italiani ma era già un leader delle famose avanguardie artistiche fiorentine che erano arrivate perfino a esporre al MoMA di New York, ci intratteneva per tre ore il sabato mattina nel corso di "Plastica ornamentale"; a "Disegno dal vero" non essendoci nemmeno, tra l'altro, la possibilità di disegnare, si faceva ovviamente disegno del territorio, cioè cartografia e mappe urbane; ad infilare le tematiche dell'ecologia urbana nel corso di "Igiene edilizia" arrivò Virginio Bettini, e lì cominciammo a sentir parlare di un certo Barry Commoner; per l'industralizzazione edilizia, in alternativa alla inavvicinabile aristocrazia di facoltà raccolta intorno a Pierluigi Spadolini nell'irraggiungibile mezzanino di San Clemente (una volta si aprì la porta opposta dell'ascensore al piano M e scoprimmo un mondo ...), arrivò Alberto Magnaghi, un giovane docente che aveva scritto un libro su L'organizzazione del metaprogetto di cui si diceva un gran bene.
Complementare alla ricerca del massimo di opportunità, ci appariva la possibilità di personalizzare il percorso di studi, che era una rivendicazione della grande maggioranza degli studenti, sostenuta anche da molti docenti. Agli architetti sembrava una cosa ovvia. Nel mio personale percorso di orientamento, qualche settimana prima della scelta della facoltà, c'era stata una presentazione-conferenza a Bologna, tenuta da architetti-artisti come Bruno Munari, Leone Pancaldi, e il geniaccio Leonardo Ricci (il quartiere con le sue realizzazioni, sotto Fiesole, era localmente conosciuto come la Ricciaia), il quale di ritorno da un viaggio trasgressivo in America, attraversata in lungo e in largo sulle orme di Jack Kerouac, era stato individuato come l'unica persona in grado di guidare la facoltà fiorentina così complicata. Tutti loro concordavano sul fatto che non si poteva impedire a uno studente di architettura di presentare un piano di studi perfino con un esame di medicina, se voleva: hai visto mai che un domani non si trovi a progettare un ospedale? Visto che di questa opportunità si discuteva, molti riuscirono a farsi approvare piani di studi con esami di altre facoltà: se non altro per la vicinanza fisica, la facoltà di Lettere era una delle preferite. Per quel che mi riguarda, l'opportunità fu sfruttata solo all'ultimo esame, seguendo il corso di Antropologia Culturale del professor Seppilli, che però si teneva al dipartimento di Filosofia che allora era in periferia, al Pellegrino, in via Bolognese: oltretutto a quel punto, gli oltre cinque anni passati in facoltà mi consentivano di apprezzare appieno quella parte di città, molto bella e poco conosciuta dai forestieri: cioè quelli, come i bolognesi, che approfittando dell'abbonamento mensile per studenti a prezzi irrisori, pendolavano tra Bologna e Firenze senza bisogno di dormire fuori (a quei tempi le ferrovie non erano ancora state devastate per far guadagnare le cricche varie: provate oggi ad andare avanti e indietro in treno per un mese tra Bologna e Firenze e vedrete quanto vi costa ...). A Bologna, ancora più che a Firenze, parlare dei problemi della città voleva dire parlare del centro storico, soprattutto per l'opera di Pierluigi Cervellati, che da assessore di solida formazione culturale aveva continuato, però a modo suo, la tradizione di Amministrare l'urbanistica aperta da Campos Venuti, assessore nella Giunta Dozza già nel 1960. A dire il vero Cervellati anche a Firenze, al concorso di idee per l'Università aveva provato a dire che l'Università stava bene dov'era e non a Novoli o a Sesto Fiorentino, dove poi è finita in buona parte; se si parlava di centri storici era il punto di riferimento indiscusso, ma non sempre riuscivamo a seguire la sua personalità e le sue iperboli, o almeno quelle che allora sembravano tali perfino a noi attenti all'ambientalismo. Un suo articolo in un memorabile numero di Parametro del 1972 sul Delta del Po si concludeva in modo disperante, più che disperato, sembrava la frase di Morris sostituendo sfruttamento ad architettura: una analisi lucida, ma allora che si fa? Destava perplessità anche la successiva proposta di "invertire" la direzione delle bonifiche rimettendo in acqua aree già bonificate: sembrava semplicemente la proiezione nel territorio non urbano della provocazione di Leonardo Benevolo di sventrare gli sventramenti tardo ottocenteschi nel cuore delle città. Una idea visionaria allora, che poi in campagna, con infinite mediazioni, quelle decisive via Bruxelles, è quel che è felicemente successo in anni recenti e di cui, nel suo piccolo, anche questo blog dà testimonianza.

L'incontro di domani a Bologna, nonostante alcuni protagonisti siano gli stessi che abbiamo citato, e altri siano tra i più attenti e preoccupati osservatori delle trasformazioni territoriali recenti, non ha certo ambizioni nostalgiche, anzi il sottotitolo sembra ricalcare le stesse generose illusioni di allora (chissà, forse anche Ilya Prigogine e il suo amico Enzo Tiezzi ci stanno osservando da lassù).
Il punto ci sembra proprio questo.
Quando studiavamo e discutevamo nei chiostri delle università 40 anni fa, poco dopo il Sessantotto, esplicitamente o implicitamente riponevamo molte speranze nelle politiche territoriali, alle quali pensavamo di contribuire col nostro lavoro; ci aspettavamo forse una crescita economica minore di quella che è stata, meno potere d'acquisto, meno gadget dentro le case, meno affari, ma una crescita più regolata, diseguaglianze ridotte, rispetto delle regole, città e campagne più ospitali, o semplicemente più belle. Se i nostri padri avevano saputo liberarsi dal fascismo, scrivere una Costituzione e tirare su il paese dalle macerie della guerra, chissà cosa avremmo potuto fare noi che eravamo moderni, sia pure con qualche mal di pancia. Guardando al territorio oggi, non c'è bisogno di avere 90 anni come Ciampi per dire Non è il paese che sognavo, ed è troppo comodo dare la colpa alla globalizzazione.
Il ministro dell'Istruzione in carica ci assicura (o meglio, assicura i suoi sostenitori) che grazie a lei il Sessantotto è andato in pensione; meglio così, verrebbe da dire, avrà più tempo libero; in realtà, ci sembra piuttosto che il ministro abbia dato fuoco alle polveri. Ma restiamo dalla nostra parte, di quelli che non hanno bisogno di vergognarsi di aver voluto come capo del governo (e magari Presidente, come c'era scritto sulla scheda ...) un personaggio abbondantemente al di sotto di ogni limite di decenza umana, a cui ormai non crede più nessuno, nemmeno quelli che gli sono stati amici e alleati, meno di tutti i suoi sottoposti che gli hanno messo in piedi il baraccone neomonarchico.
Di fronte a una regressione civile come quella che non abbiamo ancora finito di vivere, che ha paragone solo nei periodi più bui della storia d'Italia, passa in secondo piano anche il disastro territoriale, che pure è sotto gli occhi di tutti. Disastro non tanto perché oggi si sia incapaci di fare ogni tanto qualcosa di buono: quanto perché sembra svanita la prospettiva di scaricare i costi di quello che facciamo senza creare guai maggiori o nuove ingiustizie.

C'è voluta la voce di un Presidente della Repubblica vecchio e saggio, nel messaggio di fine anno, per dire una verità che ormai tutti hanno capito ma che nessun politico finora aveva avuto il coraggio di dire: il sogno di un continuo progredire nel benessere, ai ritmi e nei modi del passato, è per noi occidentali non più perseguibile. Questo è il punto di partenza, e poi naturalmente star fermi non si può, perciò allacciarsi le scarpe e via: ma c'è un problema ancora più grave della scarsa crescita: l'incapacità di crescere, anche poco, senza consumare a un ritmo accelerato suolo, paesaggio, spazio urbano e rurale: consumare, cioè trasformare in scarto, rifiuto, derelict land. Possiamo invocare la creatività e le virtù della progettazione, che esistono certamente; abbiamo certamente centri storici dove è bello stare, a cominciare da quello in cui l'ex-carcere di San Giovanni in Monte è un gioiello meravigliosamente recuperato (ma la Dozza è un inferno indegno di un paese civile): qualcuno troverà lavoro, ma nel complesso non ce la facciamo più ad aggiustare tutto quello che stiamo scassando. Paradossalmente, tutto questo avviene oggi che uno dei caratteri dominanti del progresso tecnologico è la miniaturizzazione, e che per quasi tutte le attività, domestiche e produttive, abbiamo (avremmo) bisogno di molto meno spazio, che invece si continua a sprecare senza ritegno.
Ci siamo ricordati di Commoner, allora concludiamo ricordando le sue quattro leggi dell'ecologia:
1. Ogni cosa è connessa a qualsiasi altra
2. Ogni cosa deve finire da qualche parte
3. La natura lo sa (lo sa fare) meglio (Nature knows best)
4. Non esistono pasti gratis