Il futuro, visto dal chiostro
By Giampaolo on Thursday 20 January 2011, 08:45 - Permalink
Domattina 21 gennaio nell'aula Giorgio Prodi, che si affaccia sul chiostro grande del complesso di San Giovanni in Monte a Bologna (sede di alcuni dipartimenti della Facoltà di Lettere e Filosofia), si terrà un convegno che si annuncia importante, per il programma e le presenze: Visioni e politiche del territorio. Per una nuova alleanza tra urbano e rurale. Rinviamo al programma per i dettagli, ma l'annuncio di un dibattito su temi territoriali negli spazi di una facoltà di Lettere e Filosofia mi ha fatto andare indietro con la memoria ai primi anni '70, quando a Firenze nel complesso di Santa Maria degli Angeli, affacciato su Piazza Brunelleschi, coabitavano la Facoltà di Lettere e una parte della Facoltà di Architettura.
Gli architetti sono sempre esistiti, le facoltà di Architettura no, sono
nate da una ibridazione di inizio Novecento tra Scuole Politecniche e Accademie
di Belle Arti, che negli anni Settanta si percepiva ancora nell'ordinamento
degli studi, poco mutato nonostante i tempi moderni. Da poco ci si era
svincolati dal "2+3", che però caratterizzava ancora la distribuzione delle
sedi della facoltà fiorentina: a Piazza Brunelleschi c'era "il Biennio", mentre
all'angolo tra Piazza San Marco e Via Ricasoli, a muro con la tribuna del David
di Michelangelo, c'era "il Triennio", condiviso appunto con l'Accademia, come
ci ricordavano i polverosi calchi in gesso di statue. C'era poi la sede che per
molti di noi diventò la più frequentata, quella di Palazzo San Clemente, nella
via intitolata a Pier Antonio Micheli, il botanico del Settecento di cui nel
vicino Giardino dei Semplici si diceva sopravvivesse ancora un albero da lui
piantato.
Le Facoltà di Architettura all'inizio degli anni Settanta erano il crocevia di
molti fermenti e tensioni culturali, come scoprimmo subito. Una delle prime
sere, uscendo da San Clemente dopo un intenso e turbolento pomeriggio e
incamminandoci verso Piazza San Marco, ci meravigliammo nel vedere una persona
non più giovane discutere animatamente in strada con alcuni studenti: un omino
piccino, con gli occhiali dalle spesse lenti, vestito dimessamente,
dall'accento inconfondibilmente fiorentino. Personalmente sul momento pensai a
uno di quei pensionati accidiosi insofferenti degli studenti e della gioventù
in genere, poi mi meravigliai del fatto che i suoi interlocutori insolitamente
rispettosi erano proprio i leader studenteschi, quelli che più si erano
accalorati nelle discussioni del pomeriggio; più ancora mi meravigliai quando
nell'andar via sentii uno di loro commentare a bassa voce: Però ... certo
che La Pira è sempre un bel personaggio ...
La facoltà di Architettura di Firenze appariva allora, specialmente a noi che
venivamo da fuori, sconvolta da due avvenimenti: uno era ovviamente il
Sessantotto, come dappertutto, ma lì lo slogan l'immaginazione al
potere si era manifestato in un campionario di graffiti mai più rivisto
dopo di allora, un vero museo open air da far impallidire Biennali e Triennali
di arte contemporanea, troppo presto coperto da una mano di vernice, anche sui
tavoli da disegno; l'altro evento era stato il fugace passaggio del giovane
professor Umberto Eco, di ritorno da San Paolo del Brasile, i cui studi sulla
semiologia come scienza generale dei segni avevano permeato buona parte dei
corsi, almeno quelli dei primi anni: scoprivamo di essere tutti destinati alla
produzione di segni iconici. Così, austeri progettisti di dignitose
sedi bancarie si sentivano in dovere di spiegarci quella modellizzazione dei
rapporti tra segno, significante e significato che va sotto il nome di
triangolo di Ogden e Richards; non capivamo molto bene, e siccome eravamo
curiosi di ogni novità, che passavamo in rassegna sui banconi della cooperativa
libraria Clusf di via San Gallo, ci precipitammo a sfogliare il numero uno di
una nuova rivista: "VS" (Versus): salvo scoprire con
delusione che il modello su cui avevamo speso un po' di tempo veniva demolito
fin dalle prime righe dal professor Eco. Sarà per quello che quando sui banconi
comparve il primo numero di un'altra rivista, con un titolo un po' strano
seppur vicino ai nostri studi: "Archeologia medievale" (ma
l'archeologia non era un'altra cosa?), ci venne da rimandarla a tempi migliori:
che tuttavia molto tempo dopo sono venuti, se non altro con personale
soddisfazione.
L'eco di Eco si avvertiva perfino nei corsi di Storia dell'Architettura tenuti
da quello spirito ipercritico che era il professor Giovanni Klaus Koenig, che
aveva appena scritto un libro su Architettura e comunicazione: a
dispetto delle sue origini teutoniche era un toscanaccio irriverente e un po'
pettegolo, che però in materia di architettura contemporanea la sapeva lunga, e
sapeva anche come intrattenere platee di studenti, non senza qualche
compiacimento goliardico, come quando nelle lezioni sulla storia del design
ferroviario si soffermava su uno dei progettisti di treni di inizio Novecento,
il generale Favagrossa: e allora, a Firenze si rideva.
Altre lezioni-spettacolo, di tutt'altra natura, erano, sembra incredibile,
quelle di Analisi matematica: forse in omaggio alla tradizione scientifica
della facoltà, di cui il primo preside del dopoguerra era stato l'insigne
astronomo Giorgio Abetti (il maestro di Margherita Hack), nel corpo docente
c'era un matematico eccezionale, Piero Mangani, che aveva anche eccezionali
capacità di spiegazione (bisognava far capire limiti e derivate non solo a noi
che venivamo dal liceo scientifico, ma perfino a chi veniva dal liceo artistico
e odiava sinceramente la matematica); le sue lezioni erano addirittura tenute
in un cinema, il Goses di Via degli Alfani, perché eravamo tanti e non c'erano
abbastanza aule: sull'università italiana si era riversata la generazione del
baby boom del dopoguerra, e poi della scuola media unica, e le facoltà di
Architettura (ce n'erano solo sette in tutta Italia) erano quelle che
sembravano offrire le migliori prospettive; per quella di Firenze si parlava
allora di oltre cinquemila iscritti, ma ci dicono che sono stati fin quasi il
doppio. Alla lezione inaugurale del nostro primo anno di corso, in un'aula
magna talmente gremita che era quasi impossibile sentire, il professor Carlo
Lucci aveva citato la famosa frase tardo-ottocentesca di William Morris, come
allora andava di moda:
Il mio concetto di architettura abbraccia l'intero ambiente della vita
umana; non possiamo sottrarci all'architettura, finché facciamo parte della
civiltà, poiché essa rappresenta l'insieme delle modifiche e delle alterazioni
operate sulla superficie terrestre, in vista delle necessità umane, eccettuato
il puro deserto...
chiosando che l'architetto praticamente può occuparsi di tutto, sol che lo
voglia: musica per le orecchie di quelli che l'avevano scelta non per una
vocazione particolare ma perché sembrava offrire il massimo di opportunità in
quel momento storico. Naturalmente c'era l'altra faccia della medaglia, come le
lezioni al cinema o nell' Aula Corridoio del Biennio: che era
effettivamente tale, con tanto di gente che passava. D'altra parte, in quegli
anni a causa della crescente domanda di servizi indotta da demografia e
modernizzazione c'era ben di peggio, negli ospedali poteva capitare di
partorire in corsia.
L'incremento della domanda aveva movimentato anche i giovani docenti, che
portavano dalle facoltà di altre città contenuti nuovi in scatole vecchie quali
erano gli insegnamenti previsti dall'annoso ordinamento degli studi, in
particolare nella parte di derivazione Beaux Arts che in quegli anni non
interessava a nessuno. Così Adolfo Natalini, che non era ancora uno dei
migliori architetti italiani ma era già un leader delle famose avanguardie
artistiche fiorentine che erano arrivate perfino a esporre al MoMA di New
York, ci intratteneva per tre ore il sabato mattina nel corso di "Plastica
ornamentale"; a "Disegno dal vero" non essendoci nemmeno, tra
l'altro, la possibilità di disegnare, si faceva ovviamente disegno del
territorio, cioè cartografia e mappe urbane; ad infilare le tematiche
dell'ecologia urbana nel corso di "Igiene edilizia" arrivò Virginio
Bettini, e lì cominciammo a sentir parlare di un certo Barry Commoner; per
l'industralizzazione edilizia, in alternativa alla inavvicinabile aristocrazia
di facoltà raccolta intorno a Pierluigi Spadolini nell'irraggiungibile
mezzanino di San Clemente (una volta si aprì la porta opposta dell'ascensore al
piano M e scoprimmo un mondo ...), arrivò Alberto Magnaghi, un giovane docente
che aveva scritto un libro su L'organizzazione del metaprogetto di cui
si diceva un gran bene.
Complementare alla ricerca del massimo di opportunità, ci appariva la
possibilità di personalizzare il percorso di studi, che era una rivendicazione
della grande maggioranza degli studenti, sostenuta anche da molti docenti. Agli
architetti sembrava una cosa ovvia. Nel mio personale percorso di orientamento,
qualche settimana prima della scelta della facoltà, c'era stata una
presentazione-conferenza a Bologna, tenuta da architetti-artisti come Bruno
Munari, Leone Pancaldi, e il geniaccio Leonardo Ricci (il quartiere con le sue
realizzazioni, sotto Fiesole, era localmente conosciuto come la
Ricciaia), il quale di ritorno da un viaggio trasgressivo in America,
attraversata in lungo e in largo sulle orme di Jack Kerouac, era stato
individuato come l'unica persona in grado di guidare la facoltà fiorentina così
complicata. Tutti loro concordavano sul fatto che non si poteva impedire a uno
studente di architettura di presentare un piano di studi perfino con un esame
di medicina, se voleva: hai visto mai che un domani non si trovi a progettare
un ospedale? Visto che di questa opportunità si discuteva, molti riuscirono a
farsi approvare piani di studi con esami di altre facoltà: se non altro per la
vicinanza fisica, la facoltà di Lettere era una delle preferite. Per quel che
mi riguarda, l'opportunità fu sfruttata solo all'ultimo esame, seguendo il
corso di Antropologia Culturale del professor Seppilli, che però si teneva al
dipartimento di Filosofia che allora era in periferia, al Pellegrino, in via
Bolognese: oltretutto a quel punto, gli oltre cinque anni passati in facoltà mi
consentivano di apprezzare appieno quella parte di città, molto bella e poco
conosciuta dai forestieri: cioè quelli, come i bolognesi, che
approfittando dell'abbonamento mensile per studenti a prezzi irrisori,
pendolavano tra Bologna e Firenze senza bisogno di dormire fuori (a quei tempi
le ferrovie non erano ancora state devastate per far guadagnare le cricche
varie: provate oggi ad andare avanti e indietro in treno per un mese tra
Bologna e Firenze e vedrete quanto vi costa ...). A Bologna, ancora più che a
Firenze, parlare dei problemi della città voleva dire parlare del centro
storico, soprattutto per l'opera di Pierluigi Cervellati, che da assessore di
solida formazione culturale aveva continuato, però a modo suo, la tradizione di
Amministrare l'urbanistica aperta da Campos Venuti, assessore nella
Giunta Dozza già nel 1960. A dire il vero Cervellati anche a Firenze, al
concorso di idee per l'Università aveva provato a dire che l'Università stava
bene dov'era e non a Novoli o a Sesto Fiorentino, dove poi è finita in buona
parte; se si parlava di centri storici era il punto di riferimento indiscusso,
ma non sempre riuscivamo a seguire la sua personalità e le sue iperboli, o
almeno quelle che allora sembravano tali perfino a noi attenti
all'ambientalismo. Un suo articolo in un memorabile numero di Parametro del
1972 sul Delta del Po si concludeva in modo disperante, più che disperato,
sembrava la frase di Morris sostituendo sfruttamento ad
architettura: una analisi lucida, ma allora che si fa? Destava
perplessità anche la successiva proposta di "invertire" la direzione delle
bonifiche rimettendo in acqua aree già bonificate: sembrava semplicemente la
proiezione nel territorio non urbano della provocazione di Leonardo Benevolo di
sventrare gli sventramenti tardo ottocenteschi nel cuore delle città.
Una idea visionaria allora, che poi in campagna, con infinite mediazioni,
quelle decisive via Bruxelles, è quel che è felicemente successo in anni
recenti e di cui, nel suo piccolo, anche questo blog dà
testimonianza.
L'incontro di domani a Bologna, nonostante alcuni protagonisti siano gli
stessi che abbiamo citato, e altri siano tra i più attenti e preoccupati
osservatori delle trasformazioni territoriali recenti, non ha certo ambizioni
nostalgiche, anzi il sottotitolo sembra ricalcare le stesse generose illusioni
di allora (chissà, forse anche Ilya Prigogine e il suo amico Enzo Tiezzi ci
stanno osservando da lassù).
Il punto ci sembra proprio questo.
Quando studiavamo e discutevamo nei chiostri delle università 40 anni fa, poco
dopo il Sessantotto, esplicitamente o implicitamente riponevamo molte speranze
nelle politiche territoriali, alle quali pensavamo di contribuire col nostro
lavoro; ci aspettavamo forse una crescita economica minore di quella che è
stata, meno potere d'acquisto, meno gadget dentro le case, meno
affari, ma una crescita più regolata, diseguaglianze ridotte, rispetto
delle regole, città e campagne più ospitali, o semplicemente più belle. Se i
nostri padri avevano saputo liberarsi dal fascismo, scrivere una Costituzione e
tirare su il paese dalle macerie della guerra, chissà cosa avremmo potuto fare
noi che eravamo moderni, sia pure con qualche mal di pancia. Guardando
al territorio oggi, non c'è bisogno di avere 90 anni come Ciampi per dire
Non è il paese che sognavo, ed è troppo comodo dare la colpa alla
globalizzazione.
Il ministro dell'Istruzione in carica ci assicura (o meglio, assicura i suoi
sostenitori) che grazie a lei il Sessantotto è andato in pensione; meglio così,
verrebbe da dire, avrà più tempo libero; in realtà, ci sembra piuttosto che il
ministro abbia dato fuoco alle polveri. Ma restiamo dalla nostra parte, di
quelli che non hanno bisogno di vergognarsi di aver voluto come capo del
governo (e magari Presidente, come c'era scritto sulla scheda ...) un
personaggio abbondantemente al di sotto di ogni limite di decenza umana, a cui
ormai non crede più nessuno, nemmeno quelli che gli sono stati amici e alleati,
meno di tutti i suoi sottoposti che gli hanno messo in piedi il baraccone
neomonarchico.
Di fronte a una regressione civile come quella che non abbiamo ancora finito di
vivere, che ha paragone solo nei periodi più bui della storia d'Italia, passa
in secondo piano anche il disastro territoriale, che pure è sotto gli occhi di
tutti. Disastro non tanto perché oggi si sia incapaci di fare ogni tanto
qualcosa di buono: quanto perché sembra svanita la prospettiva di scaricare
i costi di quello che facciamo senza creare guai maggiori o nuove
ingiustizie.
C'è voluta la voce di un Presidente della Repubblica vecchio e saggio, nel
messaggio di fine anno, per dire una verità che ormai tutti hanno capito ma che
nessun politico finora aveva avuto il coraggio di dire: il sogno di un
continuo progredire nel benessere, ai ritmi e nei modi del passato, è per noi
occidentali non più perseguibile. Questo è il punto di partenza, e poi
naturalmente star fermi non si può, perciò allacciarsi le scarpe e via: ma c'è
un problema ancora più grave della scarsa crescita: l'incapacità di
crescere, anche poco, senza consumare a un ritmo accelerato suolo, paesaggio,
spazio urbano e rurale: consumare, cioè trasformare in scarto, rifiuto,
derelict land. Possiamo invocare la creatività e le virtù della progettazione,
che esistono certamente; abbiamo certamente centri storici dove è bello stare,
a cominciare da quello in cui l'ex-carcere di San Giovanni in Monte è un
gioiello meravigliosamente recuperato (ma la Dozza è un inferno indegno di un
paese civile): qualcuno troverà lavoro, ma nel complesso non ce la facciamo più
ad aggiustare tutto quello che stiamo
scassando. Paradossalmente, tutto questo avviene oggi che uno
dei caratteri dominanti del progresso tecnologico è la miniaturizzazione, e che
per quasi tutte le attività, domestiche e produttive, abbiamo (avremmo) bisogno
di molto meno spazio, che invece si continua a sprecare senza ritegno.
Ci siamo ricordati di Commoner, allora concludiamo ricordando le sue quattro
leggi dell'ecologia:
1. Ogni cosa è connessa a qualsiasi altra
2. Ogni cosa deve finire da qualche parte
3. La natura lo sa (lo sa fare) meglio (Nature knows best)
4. Non esistono pasti gratis