A dire il vero alcuni caratteri corrispondono alla descrizione che le guide riportano per l'Oca delle nevi (Anser caerulescens): la livrea dei giovani al primo inverno, un accenno di nero sulla coda di uno degli adulti; ma non corrisponde la dimensione, che dovrebbe essere leggermente inferiore alle Anser anser. In volo, poi, le oche delle nevi dovrebbero avere il bordo inferiore del sottoala nero. Si tratta quasi certamente di esemplari di allevamento che si sono aggregate alle selvatiche e si sono riprodotte, e la cosa non è del tutto priva di interesse, anche dal punto di vista scientifico.
Qualche inverno fa la comunità ornitologica si entusiasmò, giustamente, per Natalina, l'oca collorosso (Branta ruficollis) chiamata così perché fu vista per la prima volta il giorno di Natale del 2007 nei ripristini delle valli di Comacchio in mezzo alle oche selvatiche (strette parenti delle nostre, letteralmente), e rimase con loro fino alla primavera. Si sa che l'area di riproduzione delle oche collorosso è la taiga siberiana, e normalmente vanno a svernare sulle coste del Mar Nero (anche dall'Italia ci sono viaggi organizzati per vederle e fotografarle d'inverno in Bulgaria); qui ne arriva raramente qualche esemplare che ha perso i suoi simili e non trova di meglio che aggregarsi a quel che c'è di più somigliante. Però questa presenza ci fa supporre che anche le nostre arrivino, se non proprio fin là, almeno in là un pezzo, e sapere che i nostri ocaroni così simili a quelli allevati in cortile hanno la doppia nazionalità e due volte all'anno si fanno un viaggio di migliaia di km. è una cosa affascinante. E allora, queste bianche saranno scappate al contadino di un podere a due passi dall'Oasi o al suo collega siberiano? E di altri casi di specie esotiche segnalate recentemente all'Oasi, cosa ne sappiamo?
Gli ornitologi non si limitano a compilare check-list degli uccelli da manuale, i meccanismi dell'ibridazione fanno parte integralmente del loro campo di studi: è uno studio forse noioso ma necessario per chi vuole fare sul serio, sia per poter rispondere alle domande elementari che molti si fanno, che per la gestione faunistica, perché casi come questi sono abbastanza frequenti. D'altra parte Alessandro Ghigi, controverso rettore dell'Università di Bologna negli anni del fascismo ma riconosciuto pioniere della conservazione della natura, formò la sua reputazione accademica studiando i fagiani, i tacchini e le galline di faraone. Per restare alla conoscenza formatasi in quel periodo (che poi vuol dire "come siamo arrivati a sapere quel che sappiamo"), le collezioni ornitologiche di animali impagliati (splendida quella di Brandolini ora al Palazzone di Sant'Alberto di Ravenna) raccolgono regolarmente ibridi ed altre anomalie: è l'eredità delle raccolte come camera delle meraviglie che precede la museografia scientifica.
Da qui a immaginare iniziative divulgative per spiegare e informare i frequentatori dell'Oasi su quel che vedono, il passo è breve. Si potrebbe anche organizzarle coordinate tra diversi comuni della nostra bassa. Non si riuscirà a rispondere a tutte le curiosità degli osservatori, ma intanto anche il mondo scientifico può mettere a fuoco quel che più serve: possiamo immaginare programmi per la conoscenza di aspetti che non conosciamo delle migrazioni; maggiore cooperazione internazionale; studi sul comportamento di animali selvatici in ambienti fortemente antropizzati, e certamente ci sono altri temi. Come in ogni attività scientifica, la disponibilità di dati è fondamentale; il bello di queste cose è che possono dare un contributo utile anche i semplici appassionati, con le loro osservazioni e con i loro dubbi, spesso tutt'altro che banali.